vita di san norberto scritta nel XII sec.

Capitolo I
Cessa di fare il male e fai il bene

Inizia la vita di Messer Norberto, Arcivescovo di Magdeburgo.

1. L’anno 1115 dell’Incarnazione, sotto il pontificato di Pasquale II e il regno dell’imperatore Enrico V, il Giovane, Norberto, della stirpe dei Franchi e dei Germani Salici, era uomo già in vista nella città di Xanten. Nel pieno vigore dell’età, era solo suddiacono. La natura l’aveva dotato di un corpo agile e armonioso; univa una gran facilità di parola a molta istruzione, e le sue maniere gentili incantavano tutti quelli che lo conoscevano.

Il padre, Eriberto, principe di Gennep, vicino alla foresta di Cassei, e la madre Edvige, avevano scelto per lui la strada del sacerdozio; speravano, da una rivelazione avuta in sogno, che sarebbe diventato un gran personaggio. Di fatto, Norberto possedeva qualche prestigio alla corte imperiale e in arcivescovado a Colonia, ma l’abbondanza delle ricchezze e delle facoltà materiali gli facevano mettere in disparte il timore di Dio, per seguire ogni capriccio. Godeva da gran tempo d’ogni privilegio.

Un giorno, splendidamente vestito di seta, si affrettava in gran segreto, accompagnato da un solo paggio, verso una città di nome Wreden. Per strada si trovò immerso in una densa nube ove saettavano fulmini e tuoni; cosa ancor più spiacevole, non c’era alcuna fattoria per offrir loro un rifugio. Norberto era turbatissimo, come pure il suo paggio. Ad un tratto si udì un rumore tremendo, e un fulmine cadde ai suoi piedi in una luce abbagliante, scavando una voragine profonda, della dimensione di un uomo. Ne uscì un odore fetido che lo permeò e impregnò le sue vesti. Sbalzato dal suo cavallo, il giovane ebbe l’impressione di sentire una voce piena di rimproveri. Rientrando in se stesso, pervaso dal rimorso, incominciò a meditare la parola del salmista: “Cessa di fare il male e fai il bene”. [1] Con questi sentimenti, decise di tornare indietro. A casa indossò un cilicio sotto le vesti, perché d’ora in poi il timore di Dio gli avrebbe ispirato gran sollecitudine per la sua salvezza. Per espiare seriamente i suoi peccati, si mise a frequentare l’abbazia di Siegburg ed entrò nell’intimità di Conone che ne era l’abate. Questi era un uomo di santa vita, la cui dottrina e direzione gli fecero compiere grandi progressi nel timore e nell’amore del Signore.

2. Quando arrivarono le quattro tempora, che sono i giorni indicati dal diritto ecclesiastico per le ordinazioni, Norberto, sempre suddiacono, si presentò a messer Federico, arcivescovo di Colonia, e lo pregò di ordinarlo diacono e sacerdote lo stesso giorno. Questa era una cosa vietata dalle leggi canoniche, perciò l’arcivescovo volle conoscere le ragioni di una richiesta così repentina e inattesa. Di fronte all’insistenza del prelato, Norberto si prostrò ai suoi piedi, e, con molte lacrime e sospiri, confessò il rimorso per la vita di peccatore e ne chiese perdono. Dichiarò poi di aver preso la ferma e irrevocabile risoluzione di convertirsi.

Dopo lunga deliberazione e minuzioso esame delle conseguenze possibili, l’arcivescovo - nonostante la ragione e l’usanza che si opponevano al conferimento simultaneo del diaconato e del sacerdozio - finì per concedere, senza svelarne i motivi, la dispensa dell’interstizio e concedette quella grazia inattesa. Il giorno dell’ordinazione Norberto, prima di prendere le vesti liturgiche, lasciò il suo abito secolare per rivestirne un altro che sembrava meglio convenire ad un religioso; poi indossò i paramenti sacri e ricevette lo stesso giorno il diaconato ed il sacerdozio. Avendo così soddisfatto il suo desiderio, tornò al monastero di Siegburg per prepararsi, in quaranta giorni, al servizio di Dio e al ministero sacerdotale. Tornò poi alla chiesa di Xanten.

Nel giorno indicato, celebrando i santi misteri, rivolse un’esortazione al popolo.

L’indomani, in Capitolo, parlò ai suoi confratelli. Li riprese con una gran libertà, li supplicò e, anzi, li rimproverò, sempre con pazienza e dottrina, e dette loro alcuni avvertimenti. Quelle ammonizioni si ripeterono e ciò irritò alcuni fratelli. Norberto fu oggetto di scherno e si andò anche oltre: un uomo di bassa estrazione ebbe l’ardire di sputargli in faccia. Di fronte a quest’oltraggio Norberto si trattenne, conservò il silenzio e si asciugò il volto. Il ricordo delle sue mancanze gli fece preferire alla vendetta le lacrime che egli effuse davanti a Dio.

Alcuni giorni più tardi, indebolito dai digiuni e dalle veglie, stava celebrando la messa in una cripta, quando un grosso ragno cadde nel calice dopo la consacrazione. Ciò lo fece fremere. Era la scelta tra la vita e la morte! Perché non si disperdesse niente delle specie consacrate, decise di rischiare la vita e bevve tutto il contenuto del calice. Dopo la messa, credendo di dover presto morire, rimase in preghiera davanti all’altare per raccomandarsi, nella morte, al Signore. Colto da prurito, si stropicciò un po’ il naso e ad un tratto, grazie ad uno starnuto, il ragno se ne uscì vivo. Quest’evento mostra la sua fede in Dio e il bene che Dio gli voleva.

3. Da quel giorno in poi il progresso di Norberto sulla via della perfezione andò facendosi sempre più notevole. Andava spesso a Siegburg, spesso anche in una chiesa di chierici regolari, chiamata Rolduc. Più frequentemente ancora visitava un eremita, Ludolfo, uomo d’ammirevole santità, di vita molto austera, che era sacerdote. Amante della povertà e testimone impavido della verità, godeva in quel tempo di una fama notevole; ciò non gli impedì di subire, per i suoi fratelli e per se stesso, molti attacchi e, ancora più, minacce da parte di sacerdoti malvagi e di chierici di cui riprendeva troppo spesso i vizi.

Norberto si adoperava totalmente per attenersi alle usanze e alle osservanze d’ogni specie di regolari: monaci, anacoreti e reclusi, il cui esempio lo trascinava verso il progresso spirituale. In seguito tornò a casa e rimase per due anni nel sobborgo di Xanten, vicino ad una chiesa di cui era responsabile, situata sul monte detto Fürstenberg. Alla pari di un eremita si dedicava alla preghiera, alla lettura e alle sante meditazioni. Mortificava il corpo con digiuni e veglie, e offriva ogni giorno sul santo altare sacrifici graditi a Dio. Trascorreva spesso le notti senza dormire, e dichiarava che la pratica delle veglie era molto fruttuosa, benché penosa per il corpo e soggetta a frequenti tentazioni.

Una notte, mentre pregava Dio di dirigerlo e di aiutarlo a perseverare, pian piano cedette al sonno e arrivò al punto di sostenersi il mento con la mano. È questo il momento scelto dall’antico nemico; Norberto lo sentì gridare con tono insolente: “Allora, tutti i tuoi propositi? Speri di mantenerli? Non sei nemmeno capace di farlo una sola notte!”. Il sant’uomo rispose: “La Verità stessa afferma che non sei che un bugiardo e il padre della menzogna”. A queste parole lo spirito malvagio fuggì confuso.

Capitolo II
Norberto e Ugo pellegrini del Vangelo

4. Tutto questa fama procurò a Norberto parecchie critiche. Si recò allora al concilio che il vescovo Conone, legato della Sede Apostolica, stava tenendo nella chiesa di Fritzlar, alla presenza di arcivescovi, vescovi, abati, e di una gran folla di chierici e di laici. Lì i rivali di Norberto esposero le proprie lagnanze contro di lui. Essi chiedevano: “Perché egli ha usurpato la licenza di predicare? Perché pretende di portare un abito religioso, mentre vive dei suoi beni e non è entrato in nessuno degli Ordini esistenti? Perché, rimanendo secolare, ostenta di non indossare pellicce di pecora o di capra?” A questo Norberto rispose:

S’impugna la mia predicazione? È scritto: “se qualcuno riconduce un peccatore dalla strada dove si smarrisce, salverà la sua anima e coprirà una moltitudine di peccati”. D’altronde, il potere di predicare ci è stato conferito dall’ordinazione sacerdotale, nel momento in cui il vescovo ha detto:  “Ricevete il potere di annunziare la parola di Dio e siate i suoi testimoni”. Mi si chiede a quale Ordine religioso appartengo? Risponderò: “La religione pura e senza macchia di fronte a Dio nostro Padre consiste nel visitare gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e nel preservarsi dalle sozzure del mondo”. E per il mio abito? Ascoltate il primo pastore della Chiesa: è Lui stesso ad insegnarci che Dio non si compiace di un vestito prezioso. Per questo si legge che San Giovanni Battista vestiva peli di cammello e che Cecilia indossava un cilicio sulla carne. Per questo il Creatore dell’uomo, all’inizio del mondo, fece e dette a Adamo non una veste di porpora, ma una tonaca di pelle.

Terminata così la sua difesa, lasciò Fritzlar.

Costatando che dopo tre anni di sacerdozio né la parola né il suo esempio era stato di profitto per i suoi compaesani, decise di lasciare il paese. Prima della partenza, affidò definitivamente la chiesa di Fürstenberg, di cui abbiamo parlato, al monastero di Siegburg, con l’accordo che i monaci vi avrebbero servito Dio in perpetuo. Poi rinunziò tra le mani dell’arcivescovo Federico a tutti i benefici e rendite che deteneva da lui. Vendette allo stesso modo le sue case, le sue proprietà e tutti i diritti ereditari, nonché il mobilio, e distribuì il ricavato ai poveri. Riservò per sé soltanto le vesti sacerdotali e una piccola somma di denaro stimata a dieci marchi. Poi, in compagnia di due fratelli, nel nome del Signore, iniziò la sua vita di pellegrino.

5. Giunto al borgo di Huy, sulla Mosa, distribuì tutto il suo denaro ai poveri. Così, alleggerito da ogni fardello temporale e vestito soltanto di una tonaca di lana e di un mantello, a piedi scalzi, in un inverno rigorosissimo, partì per Saint-Gilles con i suoi due compagni. Vi trovò il papa Gelasio II, successore di Pasquale II che era morto da poco. In seguito alla sua richiesta, ottenne il perdono della mancanza canonica commessa nel ricevere simultaneamente due ordini sacri. Vedendolo prudente, pieno di zelo per la causa di Dio, il pontefice tentò di trattenerlo presso di sé, ma Norberto, con tutta umiltà, confessò i suoi desideri e ricevette il permesso di andarsene. Ottenne anche la licenza di predicare dappertutto, a piacere, e il Pontefice glielo confermò per lettera.

Investito con mandato apostolico della missione di predicare, attraversò, tornando da Saint-Gilles, regioni dove affondava nella neve fino alle ginocchia e, sempre a piedi scalzi, per strade gelate, giunse ad Orléans. Lì un suddiacono gli si unì: ecco adesso per lui tre compagni.

Con loro giunse a Valenciennes la vigilia delle Palme. L’indomani, quando predicò alla gente, per grazia di Dio, tutti l’accolsero con simpatia. Lo pregarono pure di fermarsi qualche tempo per riposarsi. Egli non voleva accettare, ma i suoi compagni, ad un tratto, si ammalarono, e questo l’obbligò a rimanere per curarli. Poco dopo, nell’ottava stessa di Pasqua, si addormentarono piamente nel Signore. I due laici furono sepolti nella chiesa di S. Pietro, nel borgo di Valenciennes, vicino al mercato, a sinistra, verso ovest; il suddiacono, avendo fatto professione monastica, fu inumato nella chiesa di Nostra Signora della medesima città.

6. Il mercoledì santo, il celebre vescovo di Cambrai, messer Burcardo, venne a passare da questa città. Norberto si recò a rendergli visita, perché lo conosceva da molto tempo. Si presentò dunque alla porta della casa dove il vescovo era ospitato. Un chierico l’introdusse nell’appartamento. Alcune parole lo fecero riconoscere da parte del presule, che si mostrò veramente commosso nel vederlo scalzo e così miseramente vestito in un tale freddo. L’abbracciò tra le lacrime. “Norberto”, disse, “mai avremmo creduto questo di te; né mai ce lo saremmo immaginati “. Il chierico che l’aveva introdotto rimase assai sorpreso dei sentimenti del vescovo nei confronti di quel visitatore e ne chiese il motivo. “L’uomo che hai visto”, rispose il vescovo, “fu educato con me alla corte imperiale. Era un personaggio di tale nobiltà e di così gran ricchezza da rifiutare la mia diocesi quando gli fu proposta “. A quelle parole il chierico si commosse, senza dubbio perché vedeva piangere il suo maestro, ma anche perché desiderava segretamente abbracciare quel genere di vita. Egli s’informò quindi, discretamente, della strada che Norberto intendeva prendere.

All’improvviso, Norberto cadde gravemente ammalato nella stessa città. Il vescovo lo fece curare con bontà. Ogni giorno inviava qualcuno dei suoi servi a prendere sue notizie, tra gli altri il chierico di cui abbiamo parlato. Quando il malato si ristabilì, venne a trovarlo il chierico e gli promise di diventare suo compagno di professione e di strada. Norberto rese grazie a Dio, pensando che sarebbero partiti insieme, ma il chierico fece sapere che prima desiderava sistemare alcune cose. Un po’ deluso, Norberto gli rispose semplicemente: “Bene, fratello. Se la tua vocazione viene da Dio, niente la infrangerà”. Secondo quanto promesso, egli sistemò i suoi affari e tornò ad unirsi all’uomo di Dio. Il nome di quel chierico era Ugo.

Felice di tale compagnia, Norberto visitava con lui borghi, città e villaggi; predicava, riconciliava i nemici, spegneva gli odi e le contese più dure. Non chiedeva niente a nessuno, ma, quando gli si faceva qualche offerta, la distribuiva ai poveri e ai lebbrosi. Era, infatti, sicurissimo che la grazia di Dio gli avrebbe dato il necessario, perché si considerava come pellegrino e straniero sulla terra. Non poteva farsi prendere dall’ambizione, perché ogni sua speranza stava in cielo; gli sarebbe sembrato vile adoperarsi per trovare compensi spregevoli e abietti, dopo aver lasciato tutto per Cristo.

L’ammirazione e l’amore crescevano molto nei suoi confronti. All’avvicinarsi dei villaggi e dei borghi dove si recava con il suo amico e compagno, i pastori lasciavano i loro greggi e correvano ad annunciare al popolo il suo arrivo. La gente affluiva in gruppi e, durante la messa, ascoltava le sue esortazioni sulla pratica della penitenza e sulla speranza della salvezza eterna, promessa a quanti invocano il nome del Signore. Tutti si rallegravano della sua presenza, e chi aveva avuto la gioia di ospitarlo era felicissimo. Ci si stupiva molto del nuovo genere di vita da lui condotto: vivere sulla terra e non chiedere niente ad essa. Secondo il precetto evangelico, egli non portava né bisaccia né calze né tonaca di ricambio; gli bastavano alcuni libri e le vesti necessarie a celebrare la messa. L’acqua era la sua abituale bevanda, salvo in qualche caso, quando fosse invitato da personalità religiose, non si conformasse ai loro usi.

Spesso, quando era richiesto di predicare, s’incontravano uditori intenzionati a metterlo in imbarazzo o detrattori desiderosi di ascoltare la sua predicazione. Egli si sottraeva con la sua semplicità ai loro oltraggi, senza cessare di farsi esecutore instancabile dell’opera divina.

Perseverava nei digiuni e nelle veglie, era attivo nel lavoro; di conversazione piacevole, d’aspetto grazioso, buono con gli umili, severo contro i nemici della Chiesa; a tal punto che la gente, preferendolo a tutti i suoi contemporanei, gli accordò in quell’epoca un favore tutto particolare.

7. Un giorno era di passaggio in un borgo fortificato del nome di Fosses, quando accorsero molti chierici e laici ammiratori del suo straordinario modo di vivere. Conoscendo il suo compagno e se ne stupivano ancor di più. Ben presto capirono che era l’apostolo della pace e della concordia, perciò lo sollecitarono a rimanere qualche tempo da loro. In quella regione era in atto, in quel tempo, una sorta di faida che aveva già causato la morte di circa sessanta persone, e le autorità religiose e civili non erano riuscite ad ottenere alcuna pacificazione. Stavano insistendo (perché Norberto intervenisse), ed ecco che la Provvidenza fece accorrere un uomo il cui fratello era stato, in quella stessa settimana, vittima di quella faida. “Ecco”, gridarono insieme i presenti, “ecco uno di quelli di cui parlavamo”. L’uomo di Dio l’avvicinò e lo abbracciò. “Caro amico, gli disse, sono un viaggiatore, non faccio che passare, ma vi chiedo di perdonare agli uccisori del vostro fratello. Dio stesso ve ne ricompenserà”. Subito quell’uomo scoppiò in lacrime e, sotto l’impulso della grazia divina, non solo perdonò, ma si mise pure a disposizione di Norberto e gli dette l’occasione per riconciliare gli altri nemici e rappacificare tutti.

Il sabato seguente, nel villaggio di Moustier-sur-Sambre, le due parti avverse si incontrarono. Era accorsa una grande folla, un po’ per vedere l’uomo di Dio, un po’ anche per assistere alla riconciliazione tanto desiderata. Norberto si rinchiuse nella sua stanza, dove rimase in preghiera fino alle ore nove. La gente perdeva la pazienza e il suo compagno glielo fece rispettosamente notare. “Non bisogna servire Dio”, rispose Norberto, “secondo il volere degli uomini, ma secondo la volontà di Dio “. Poco dopo uscì e celebrò molto devotamente la messa della beata Vergine Maria, poi un’altra messa per i defunti la cui morte era stata all’origine di tutto quell’odio. Annoiato, il popolo si era disperso, ma presto si riunì. Allora Norberto iniziò a parlare:

Fratelli miei, quando nostro Signore Gesù Cristo inviò i suoi Apostoli a predicare, diede loro, tra gli altri, questo precetto: “In qualunque casa entriate, dite prima: Pace a questa casa, e se c’è qualche figlio della pace, la vostra pace riposerà su di lui”. Quanto a noi, diventati loro imitatori, non per i nostri meriti ma unicamente per la grazia sovrabbondante di Dio, noi vi annunciamo questa stessa pace. Non bisogna disprezzarla con incredulità, perché essa ci fa raggiungere la pace eterna. Non ignorate perché siamo radunati. Non compete né a me né ai miei mezzi, io sono solo un viaggiatore, uno straniero di passaggio, ma compete alla volontà e alla potenza di Dio riuscire a stabilirla. Ciò che vi spetta è di acconsentirvi pienamente e di tutto cuore.

A queste parole, non vi fu che una sola voce: “Che il Signore per mezzo vostro”, esclamarono, “ci comandi ciò che vorrà! Non discuteremo ciò che egli chiederà per mezzo vostro”. Che cosa dire ancora? Le due parti uscirono in piazza. Poco più tardi, sulle reliquie solennemente esposte, la discordia fu placata.

8. L’indomani, al levar del sole, Norberto si recò in un villaggio vicino, chiamato Oembloux, per predicare. Vi fu accolto molto amabilmente come portavoce di Dio e messaggero della pace tanto auspicata. Proprio in quella regione si trovavano due signori che si facevano la guerra con accanimento. In seguito a saccheggi e incendi avevano fatto un deserto della regione. Informatone, l’uomo di Dio si mostrò commosso dal pianto degli abitanti e s’impietosì per la loro miseria. Subito si recò da questi signori, uno dopo l’altro; al primo rivolse queste parole:

Siete grande e potente, ma non dovete ignorare che questa potenza vi viene da Dio. Perciò dovete ascoltarmi, ascoltare me, suo servitore e inviato per la felicità vostra e di tutti, non certo per rispetto verso di me, ma per rispetto nei suoi riguardi. Ascoltate dunque un povero pellegrino, accettate i comandi del Signore che io vi comunico, affinché vi accolga bene. Perdonate a chi vi ha fatto torto, e vi sarà perdonato. Questo perdono consolerà i poveri e i disgraziati e rimetterà a voi i vostri peccati.

A quell’esortazione il signore, per rispetto all’umile vestito del suo interlocutore, alla modestia del suo sguardo e alla soavità delle sue parole, si mostrò sensibile. “Il vostro augurio si adempia, rispose; non sarebbe ragionevole opporsi alla vostra richiesta”.

Dopo aver ottenuto soddisfazione dal primo, Norberto si rivolse all’altro, ma non incontrò che ostinazione. Dalla durezza del suo volto e dalla violenza del suo linguaggio, capì rapidamente che non era un figlio della pace. Conservò per sé ciò che aveva preparato e disse soltanto al suo confratello: “È un insensato, ma fra poco cadrà giù! Sarà consegnato ai suoi nemici che lo incateneranno e lo maltratteranno”. Così disse e poi se ne andò. Quella stessa settimana la predizione si avverò: il signore fu catturato e messo in carcere.

Di laggiù Norberto andò al villaggio più prossimo, Couroy. Si era sentito parlare di lui e le popolazioni vicine accorsero. Dopo la messa parlò di pace e di concordia, secondo la sua abitudine. Poi umilmente si sforzò di ricondurre alla pace alcune persone divise da antichi rancori. Una di loro si rifiutò, nonostante le proposte di Norberto; uscì in preda alla collera, salì sul cavallo e provò a lungo ad allontanarsi. Egli speronò vigorosamente la sua cavalcatura, ma il cavallo non fece un solo passo. La folla accorse. Gli uni si stupirono, gli altri risero, alcuni piansero. Tutto confuso il cavaliere rientrò in chiesa. In ginocchio chiese perdono e accettò volentieri le proposte di pace che gli erano state fatte in precedenza. Così ricevette l’assoluzione della sua offesa nei confronti dell’uomo di Dio.

Lo stesso anno mori il pio papa Gelasio, da cui Norberto aveva ricevuto la licenza di predicare. Il suo successore, Callisto II, di felice memoria, già vescovo di Vienne, era uomo di condotta degna e irreprensibile. Egli fu eletto all’unanimità a Cluny per salire sulla cattedra della Chiesa universale e pervenire al sommo grado della responsabilità e della dignità. Accompagnato dalla miglior parte dei cardinali, Callisto II intraprese la visita della santa madre Chiesa nei suoi membri. Era informatissimo sugli affari della Chiesa, per essere stato a Roma cancelliere al tempo del papa Pasquale II e dei suoi successori; non si poteva nascondergli niente di quanto avveniva nel mondo. Si capisce perché Callisto, successore di Gelasio, abbia riunito un concilio a Reims: vi promulgò la sua ascesa al soglio pontificio e affermò la situazione della Chiesa; sostenne la giustizia, corresse le ingiustizie e, per l’autorità romana, ordinò di reprimerle in ogni luogo.

Capitolo III
I primi giorni di Prémontré

9. Alla notizia del cambio di pontefice, Norberto, a piedi scalzi nonostante l’autunno, si recò al concilio. I vescovi e gli abati lo accolsero con gioia. Gli consigliarono di moderare un po’ la severità della sua Penitenza e la sua austerità, ma egli non ne volle sapere. S’intrattenne sulla sua missione con il Papa e gli chiese di rinnovare le lettere apostoliche ricevute dal suo predecessore Gelasio, di cui già parlammo. Il papa glielo concesse. Allo stesso tempo il pontefice chiese a Bartolomeo, vescovo di Laon, di occuparsi di lui. Norberto aveva, infatti, alcuni congiunti, da parte materna, nella diocesi e nella città episcopale. Mossi a compassione dal suo stato, essi avevano già suggerito al vescovo di prendersi cura di lui, anche suo malgrado.

Dopo il concilio, l’uomo di Dio si dispose a trascorrere l’inverno a Laon, poiché si trovava solo e senza alcun compagno. Ugo l’aveva accompagnato nel proprio paese, nei dintorni di Fosses, ma senza cambiare niente del suo abito secolare, circolando in una regione a lui ben nota. Col pretesto di sistemare ancora alcuni affari, lasciò il concilio con Burcardo, suo vescovo, e tornò a Cambrai. Per due anni non tornò e lasciò solo il suo compagno e maestro.

In quell’epoca fioriva a Laon la scuola del maestro Anselmo e del suo fratello Rodolfo, L’uomo di Dio prese disposizioni per seguirvi la spiegazione del salmo “Beati gli immacolati nella loro condotta “. Questa notizia pervenne al sant’uomo che era Drogone, priore della chiesa di San Nicasio di Reims, con il quale aveva studiato. Drogone gli scrisse indignato:

Che cosa sento dire di voi? Nutrito alla scuola dello Spirito Santo che insegna senza sforzi, la lasciate per frequentare una scuola secolare? La Sapienza divina era diventata vostra fidanzata; ora il vostro amore, la vostra tenerezza sono per la filosofia umana? Mi direte: “L’una conduce all’altra. Per la scienza volete andare alla sapienza?” Risponderò che non avete iniziato la costruzione del vostro edificio in modo tale che Rachele segua Lia. [2] Lo Spirito Santo, che di un pastore di pecore ha fatto un arpista, poi, senza lezioni di grammatica, ne ha fatto un salmista; [3] egli vi ha anche estratto dalla vanità del mondo per fare di voi, ad un tratto, un evangelista. Lo sapete bene, caro amico, ascoltatemi come vostro profeta. Se volete legarvi a tutte e due, non avrete né l’una né l’altra. Non usare riguardi ad un uomo è mancanza leggera e umana, ma non è così se si abbandona lo Spirito Santo.

Non c’era niente da aggiungere. Per un saggio bastava. Norberto si ritirò immediatamente, tornò in se stesso e tornò a colui di cui il Signore diceva: “Vi insegnerà ogni sapienza”.

Poco dopo il papa si recò a Laon. Si tenne consiglio con lui sui mezzi per trattenere Norberto in quella città. Dietro avviso del vescovo, i canonici della chiesa di San Martino, alla periferia di Laon, lo elessero abate. Lo chiesero con insistenza al vescovo e al sommo pontefice. Ufficialmente richiesto, Norberto dovette rispondere. Disse umilmente al papa:

Venerabile Padre, non ricordate più l’arduo incarico di predicazione del quale, per ben due volte, sono già stato investito? Il vostro predecessore di felice memoria, poi voi stesso, me lo avete assegnato. Per non sembrare troppo indipendente, accetto, a condizione tuttavia di poter conservare il mio proposito di vita. Violarlo sarebbe dannoso per la mia anima. Ho deciso di non chiedere i beni altrui; in caso di furto, di non pretendere giustizia davanti ai tribunali secolari; di non condannare nessuno all’anatema per ingiurie o torti. In breve, ho scelto di vivere integralmente la vita evangelica e apostolica secondo l’interpretazione più ovvia. Non rifiuto l’incarico, a condizione che i canonici di questa chiesa accettino questo genere di vita.

Quando fu loro spiegata 1’istituzione evangelica, di come dovessero imitare il Cristo, disprezzare il mondo, praticare la povertà volontaria, sopportare le offese, gli oltraggi, i dileggi, la fame, la sete, la nudità e le altre prove, e di come dovessero obbedire ai precetti e alle regole dei santi Padri, non ebbero alcun dubbio. Spaventati dalle sue parole e dalla sua bella presenza, risposero:

Non lo vogliamo per superiore. Tale maestro è estraneo al nostro modo di vivere come a quello di quanti ci hanno preceduti. Porteranno via i nostri beni senza restituirceli; andremo in giudizio senza vincere; porteremo sentenze che non saranno rispettate. Ci lascino vivere come prima. Dio vuol raddrizzarci, ma non farci morire.

Così Norberto obbedì e, sgravato dall’incarico, non si allontanò dall’obbedienza.

Nel frattempo il vescovo tentava di ristabilire la salute del suo ospite indebolito dal freddo e dal digiuno. Dal canto suo, Norberto lo nutriva con il miele dei suoi discorsi spirituali sulla Parola di Dio. Per questo motivo, Bartolomeo, diventatogli amicissimo, cercava di persuaderlo a dimorare nella sua diocesi. Ogni giorno lo conduceva nella regione per fargli scegliere una chiesa a suo gusto, per vedere se tale romitorio, tale luogo deserto, tale campo, tale maggese non gli sembrasse adatto per costruire ed abitarvi. Cedendo allora alle sue richieste, come a quelle di molti religiosi e laici, scelse, in questa regione, un luogo deserto molto selvaggio, che si chiamava da tempo Prémontré. Promise di rimanervi se Dio gli avesse concesso compagni. Dopo l’inverno partì per predicare. Arrivò a Cambrai, dove indusse un giovane, di nome Evermodio, a condividere la sua vita. Su di lui riposò il suo spirito, al punto che morendo gli affidò la cura della sua sepoltura, e gli ordinò di non lasciarlo mai definitivamente. In seguito ricevette altri compagni, radici e fondamenta della futura moltitudine dei discepoli.

Ma gli agguati dell’antico nemico non mancarono agli inizi di questa vita religiosa. Egli avvertiva le predisposizioni di ciascuno. Gli uni vivevano l’amore della contemplazione, altri il desiderio della sapienza, alcuni il gusto dell’austerità e il demonio tentava di bloccarne il progresso. [4] Mentre una notte uno di loro meditava durante il mattutino sulla gloriosa e ineffabile Trinità, l’antico nemico si presentò: “Quale felicità, quale gloria nel tuo proposito! Hai iniziato così bene. Ti proponi di perseverare nonostante tante prove. Meriti veramente di vedere la santa Trinità cui aspiri con tutto il tuo affetto!” Subito gli apparve con tre teste spacciandosi per la Trinità! Il fratello s’impaurì, rifletté un istante e sentì un odore disgustoso che esalava dall’apparizione. “Disgraziato!”, esclamò, “ultima delle creature, sei stato un’immagine veramente somigliante a Dio, ma il tuo orgoglio ti ha fatto perdere la conoscenza di quella Verità. Come osi pretendere di conoscere la Trinità? Come soprattutto osi spacciarti per essa? Vattene, vattene! Le tue astuzie mi sono chiare. Non aver più l’audacia di disturbarmi!” Il demonio se n’andò subito, ma per tornare presto dallo stesso fratello.

Questi era un religioso pronto all’obbedienza, raccolto nella preghiera, assiduo al digiuno, al punto che digiunava per tutto l’anno, d’inverno come d’estate. Nessuno riusciva a farlo mangiare una seconda volta, ad eccezione della domenica. E allora si accontentava di verdura o di un frutto crudo, senza condimento. Tutti l’ammiravano e si parlava dappertutto con ammirazione della sua astinenza e delle sue penitenze. Satana gli si avvicinò nuovamente e tese segretamente la trappola alla nuova recluta per farla cadere. Il fratello, infatti, era giovane, e Satana a buon diritto si stupiva di averlo visto resistere una prima volta. Il mercoledì delle Ceneri, giorno in cui il digiuno della quaresima s’impone alla pietà di tutti i fedeli, il fratello fu preso da una tale fame che credette di non poter digiunare. Assicurò che sarebbe morto se avesse dovuto fare astinenza da latte e formaggio. Gli si fece notare che non era lecito a nessuno consumare due pasti in quei giorni e che i bambini stessi si privavano di latticini. Rispose con lo sguardo torvo e con una rabbia da lupo: “Dio vuole la morte dell’uomo, privandolo nell’ora della necessità di ciò che egli ha creato perché ne usi?” I fratelli ottennero da lui che, mentre faceva due pasti al giorno, si astenesse almeno dal latte e dal formaggio. Finita la quaresima, Norberto tornò dai suoi fratelli. Già all’ingresso ebbe un’impressione d’angoscia e un vortice lo avvolse. A quanti lo circondavano denunziò la presenza del tentatore. Saputo ciò che avveniva, tutto afflitto ordinò di condurgli il colpevole ed egli arrivò. L’incredibile pinguedine gli impediva quasi di reggersi in piedi. Era tanto ghiotto che ora guardava con cattiveria il maestro per il quale aveva avuto tanto affetto. Il santo si rese conto che non si trattava di una malattia ordinaria, ma che l’infelice era in preda ad una tentazione diabolica, e gli vietò ogni cibo. Dopo pochi giorni si cibava con piacere di un quarto di pane bigio e della brocca d’acqua che costituivano la sua razione. Con l’aiuto di Dio riprese la sua vita pia e mortificata.

Capitolo IV
Fugge il Maligno

10. Dopo qualche tempo, Norberto si assentò per andare a mettere fine ad alcune guerre private. Con il suo primo compagno, quello che l’aveva momentaneamente lasciato, arrivò a Nivelles. Vi si trovavano persone che dalla grazia della conversione gli erano state condotte, ma che la regola austera del suo Ordine aveva respinte e che l’avevano abbandonato. Per dispiacergli, cercarono di non vederlo e di non assistere alle sue predicazioni. Tentavano così di distogliere da lui il favore popolare. Ma questa malizia fu presto aggirata. Dio permise che uno degli abitanti avesse una figlia indemoniata già da un anno. Con lacrime e gemiti la presentò all’uomo di Dio, affinché la guarisse. Pieno di pietà per il suo dolore, il servo di Dio rivestì il camice e la stola e pronunciò un esorcismo su quella bambina che aveva già dodici anni. Nel momento in cui leggeva su di lei i vangeli, il demonio rispose con questa beffa: “Tutte queste canzoni le conosco a memoria. Né per te né per altri uscirò da questa casa. A chi dovrei cedere? Le colonne della Chiesa crollano!”. Ma il sacerdote prolungava i suoi esorcismi. Il diavolo disse ancora: “Non ottieni niente, perché non hai invocato il sangue splendente dei martiri?”. Un po’ più tardi, per mostrare il suo sapere, recitò per bocca della ragazza il Cantico dei cantici per intero e, riprendendolo parola per parola, lo tradusse in francese, poi in tedesco, mentre la bambina, prima della sua malattia, non aveva imparato altro che il salterio.

Il sacerdote incitava sempre il demonio ad uscire dalla creatura di Dio. “Se mi scacci da lei”, rispose, “lasciami entrare in quel monaco”. E gli disse il nome. “Ascoltate”, gridò Norberto al popolo, “la malizia di questo demonio. Per diffamare un servo di Dio, chiede di maltrattarlo come se fosse peccatore e degno di quel supplizio. Non vi scandalizzate: è così cattivo che vorrebbe recare danno a tutte le persone perbene e insozzarle quanto può”. Dopo queste parole continuò l’esorcismo con fervore ancor più grande. “Che cosa fai?” Disse Satana. “Oggi non me ne andrò né per te né per un altro. Se solo mi venisse in mente di gridare, tanti dei miei diavoli, dei più neri, scenderebbero in campo. Su, combattiamo, combattiamo! Farò crollare le arcate e le volte su di voi”.

A queste parole la gente fuggì, ma i1 sacerdote restò irremovibile. Allora la giovane si lanciò sulla sua stola per strangolarlo. Gli assistenti volevano allentare la presa. “No”, disse Norberto, “se Dio le ha dato qualche potere, faccia pure ciò che vuole”. La ragazza allora mollò all’istante.

Il giorno volgeva al termine. Norberto consigliò di immergerla in acqua benedetta; lo si eseguì all’istante. La giovane aveva magnifici capelli biondi ed il sacerdote temette che il demonio avesse potere su di lei a causa della sua chioma. Ordinò dunque di tagliarla. Indignato per quest’ingiuria, il diavolo caricò il sacerdote d’improperi: “Straniero venuto dalla Francia, che cosa ti ho fatto? Perché non mi lasci tranquillo? Che tutti i mali, tutti gli insuccessi, tutte le sfortune cadano su di te, poiché mi perseguiti senza motivo!”

Si era fatto tardi. Vedendo che il demonio non aveva ceduto, Norberto provò una certa tristezza. Ordinò di restituire la bambina a suo padre e di ricondurla alla messa dell’indomani. Mentre toglieva il camice e le vesti sacre, il diavolo continuava a gridargli insulti:

“Bene, bene. Oggi non hai compiuto nessun’opera meritoria davanti a Dio. Hai perso il tuo tempo”. Rientrato all’ostello, Norberto decise di non mangiare fino alla liberazione della giovane. Passò così il resto del giorno e la notte intera senza toccare cibo. Arrivò il mattino e il sacerdote si preparò a celebrare i santi misteri. Vi si condusse la ragazza e il concorso della folla per assistere alla conclusione [dell’esorcismo] fu davvero imponente. Norberto chiese a due fratelli di tenere la ragazza ben lontana dall’altare. Iniziata la messa egli lesse il vangelo sul capo dell’indemoniata. Sogghignando, il demonio ripeté che aveva spesso sentito quelle inutili filastrocche. Alla fine del canone, mentre il sacerdote elevava l’ostia, il diavolo esclamò: “Guardate, guardate! Tiene il suo piccolo Dio nelle mani”. I demoni credono, infatti, ciò che anche gli eretici negano. Allora il sacerdote di Dio fremette e, afferrato dallo Spirito di verità, rese la sua preghiera, sempre più insistente e finalmente ebbe successo sul demonio. Eccolo vinto; gridò: “Brucio brucio! Muoio, muoio!”. E ancora: “Voglio andarmene, voglio andarmene! Lasciami andare!”. Ma i fratelli tenevano saldamente la bambina. Allora lo spirito immondo, lasciando orina infetta come traccia del suo passaggio, lasciò la bambina. Liberata dal suo aguzzino, la giovane fu ricondotta dal padre in stato di estrema debolezza. Non appena ebbe mangiato tornò florida, in pieno possesso delle sue facoltà e in piena salute. Tutta la gente testimone di quel miracolo lodò Dio unanimemente e, nonostante i critici, riconobbe Norberto per un vero apostolo.

11. Ma ecco un episodio da non omettere. Durante l’inverno, che Norberto trascorse a Laon con alcuni dei suoi nobili congiunti per impararvi la lingua romanza [5] che egli ignorava. Una pia donna di Soissons (di nome Edvige), attratta dalla fama dell’uomo di Dio, volle andare da lui per parlargli; come se facesse un vero e proprio pellegrinaggio alle tombe dei santi, venne segretamente a Laon.

Incoraggiata dalla parola divina che sentì dalle labbra di Norberto, pianse e svelò la sua sterilità che durava nonostante un tempo prolungato di vita matrimoniale. Affermò che avrebbe preferito separarsi dal marito piuttosto che vivere nel mondo senza il bambino che rappresentava la sola speranza per la loro unione. “No, mai!”, le disse il sacerdote; “avrete presto un figlio. Non lo conserverete per il mondo come erede, ma lo consacrerete a Dio fin dalla sua nascita. Poi ne avrete ancora, che si ritireranno con voi in un monastero, per servire Dio per tutta la vita “. La donna credette e, dopo averlo tanto sperato, mise al mondo un figlio. Concepito attorno alla festa di San Nicola, il bambino fu chiamato Nicola; egli crebbe e fu svezzato.

Nel 1123 si celebrò un concilio [6] il cui decreto vietava di assistere alla messa celebrata da sacerdoti sposati. Questo fu occasione di eresie perché che molti giunsero a credere e ad insegnare che i sacerdoti sposati non consacravano validamente. Un giorno la stessa signora Edvige visitava con la sorella le tombe dei santi per pregarvi; era accompagnata dal suo bambino già di cinque anni. Entrarono in chiesa, non per assistere alla messa, ma per pregare. Un sacerdote sposato stava all’altare e celebrava l’eucaristia. Oh, grazia inestimabile e ineffabile della divina bontà! Mentre la madre pregava e piangeva, gli occhi del bambino seguivano l’azione sacra. In piedi tra sua madre e sua zia, rivolto verso il sacerdote, gridò molto distintamente, benché parlasse ancora molto male: “Mamma, mamma, alzati, guarda il bambino più bello del sole, che il sacerdote all’altare regge e adora come Dio!” La madre interruppe la sua preghiera, si stupì ed interrogò il bambino: “Figlio, si tratta del bambino sulla croce che tu vedi?”, perché supponeva che guardasse il crocefisso. “No, no!”, disse, “il sacerdote tiene in mano un meraviglioso bambino che avvolge in un panno”. La madre e la sorella guardarono e videro il sacerdote che avvolgeva il calice e il corpo del Signore con il corporale. Questo miracolo recò un triplice beneficio liberando gli increduli dai loro dubbi, riaffermando la devozione dei cristiani, ed essendo motivo di edificazione per i credenti che lo conobbero. Da quel giorno e fino all’ultimo il piccolo Nicola ebbe sempre la vista debole. Visse abbastanza a lungo da vedere, secondo la profezia di Norberto, suo padre e sua madre entrare in monastero con tutti i loro figli, tutti i loro beni e una parentela numerosa. Egli stesso morì diacono.

Capitolo V
Le profezie di un grande Santo

12. Il padre Norberto si recò poi a Colonia, dove fu ben accolto. Si fece ascoltare volentieri in pulpito e in confessionale, tanto più che lo si conosceva là fin da giovane e si ammirava in lui il meraviglioso cambiamento. Trascinati dalla sua parola, molti si misero al suo seguito, decisi ad imitare la povertà di Cristo. Egli aveva allora il progetto di costruire una chiesa per riunirvi i suoi compagni. Perciò chiese all’arcivescovo Federico e ad altri dignitari di assicurargli alcune reliquie. [7] La santa città di Colonia ne era abbondantemente provvista fin dai tempi antichi. Il vescovo per primo, il suo clero e la gente con lui, trovarono ragionevole tale richiesta. Norberto invitò i suoi compagni a digiunare e si affidò a Dio nella ricerca perché gli procurasse questo prezioso favore. La notte seguente una delle undicimila vergini gli apparve, gli fece conoscere il suo nome e gli indicò il luogo della sua tomba. L’indomani mattina si cercò il corpo secondo le indicazioni dell’apparizione, e fu trovato intatto. Con inni di lode e di azione di grazie se ne prese possesso. Norberto ricevette inoltre due reliquiari che contenevano i resti di altre vergini, dei martiri della Legione Tebana, dei santi Mauro e dei due Evaldo. L’indomani pregò il prevosto e i canonici di San Gereone di dargli qualche reliquia ed essi promisero di ricercarla nella loro chiesa. Norberto, come in estasi, trascorse tutta la notte in preghiera per raccomandare subito a Dio quell’impresa. Al mattino ordinò di scavare in mezzo alla chiesa, in un posto dove non c’era traccia di sepoltura. Vi si trovò un corpo decapitato, sepolto con molto onore e cura. Il sarcofago ricoperto da una tenue lastra di marmo era quasi a fior di terra; il corpo era avvolto di una ricca stoffa verde, logorata dal tempo. Sul mantello, all’altezza del petto, una grande croce ornata; come un soldato, era calzato da stivali provvisti di speroni. La testa era tagliata sopra il labbro superiore. Zolle erbose imbevute del suo sangue erano sistemate tra il corpo e il fondo del sarcofago. A tale vista, i canonici e la folla che accorse senza tardare, gridarono: “Ecco il nostro signore e venerabile protettore San Gereone. I nostri avi e noi stessi l’abbiamo cercato a lungo, ma i nostri peccati ci avevano impedito di rintracciarlo”. Scoppiarono in grida di gioia e ringraziarono Dio di aver condotto da loro l’uomo a cui era riservata la scoperta di un così grande tesoro. Per prevenire ogni dubbio, dichiarano che esisteva un segno per il quale non si poteva sbagliare. Si legge, infatti, a proposito della sua morte e del suo martirio, che una parte soltanto della sua testa fu tagliata; i pagani buttarono quella parte in un pozzo, che si trova tra il santuario e la navata della chiesa di San Gereone. Lì appunto fu costruito l’altare in suo onore, ma si ignorava dove giacesse il resto del corpo. Si fece dunque l’esumazione del corpo santo con i debiti onori. L’uomo di Dio ricevette una parte delle reliquie, il resto fu solennemente rimesso nel sepolcro alla presenza del clero e del popolo.

Capitolo VI
Norberto padre di Prémontré

Senza tardare Norberto partì, portando via le reliquie e accompagnato da un gruppetto di fratelli laici e chierici che egli aveva guadagnati a Dio con la sue predicazione. Sul percorso chiese e monasteri gli fecero un’accoglienza trionfale. All’annunzio del suo passaggio, una nobile dama, Armesinda, contessa di Namur, accorse in fretta e lo supplicò di accettare la chiesa situata nel suo demanio di Floreffe e di sistemarvi i fratelli del suo Ordine. Da molto tempo lei desiderava fondare un monastero in questa chiesa, per il riposo della propria anima e di quella dei suoi antenati. Colpito dall’affettuosa devozione di quella donna, egli acconsentì e vi lasciò uno dei reliquiari. Poi si affrettò a tornare a Prémontré con una trentina di novizi laici e chierici, perché Natale si avvicinava.

Mattina e sera riuniva tutta la comunità per offrire la parola della salvezza. Li esortava a perseverare nel loro santo proposito e a conservare la povertà volontaria. Come un’aquila che incoraggia i suoi piccoli a volare, mostrava con i suoi esempi le virtù che insegnava. Le sue istruzioni, tutte spirituali, non contenevano né cercavano nulla di terrestre; ma, come la colomba, spiccava il volo verso il luogo del riposo e vi trascinava l’uditorio. Frequentemente era rapito in estasi, come il profeta che esclamava: “Prenderò ali come la colomba, volerò e mi riposerò”. Alcuni dei fratelli credevano che le sue parole bastassero per la salvezza, e che non c’era bisogno né di una formula di vita né di una regola. Ma Norberto era prudente e vedeva chiaro. Temeva che, in seguito, la sua santa piantagione potesse essere sradicata, che l’edificio che egli voleva edificare sulla roccia si screpolasse. Li prevenne: senza organizzazione, senza regola, senza le consuetudini degli antichi Padri, è impossibile condurre integralmente la vita apostolica ed evangelica. I fratelli promisero di seguirlo, con la semplicità delle pecore dietro il loro pastore, in tutto ciò che avrebbe prescritto.

Di fatto, Norberto aveva ricevuto consigli diversi da uomini religiosi, vescovi o abati. Chi suggeriva la vita anacoretica, chi la vita eremitica, un terzo l’unione con l’Ordine di Cîteaux. Ma egli pensava che la sua opera e il suo disegno venissero da Dio; non attribuiva a se stesso o ad altri la fondazione. Perciò si affidava a colui che è il principio di tutto, pur continuando a riflettere. Per non offendere l’istituto canonicale di cui tutti i fratelli avevano fatto professione dalla loro giovinezza, si fece comunicare la regola di Sant’Agostino, perché intendeva vivere la vita apostolica già praticata nelle sue predicazioni; aveva saputo che quel santo, al seguito degli apostoli, l’aveva organizzata e rimessa in onore. Il giorno di Natale, a Prémontré, ciascuno si mise, con la professione di quella regola, al servizio della città della vita eterna.

Ma ognuno esponeva e interpretava quella regola a proprio modo; opinioni assai divergenti erano sostenute. Il testo della regola di s. Agostino, dicevano, non si accordava con le osservanze di altri regolari. Ciò conduceva gli uni allo scrupolo, altri all’incertezza, altri ancora alla tiepidezza, perché la piantagione non era ancora profondamente radicata. L’uomo di Dio disse:

Perché questo stupore e questi dubbi? Tutte le vie del Signore non sono forse misericordia e verità? Se sono diverse, sono forse opposte? Se gli usi e l’osservanza cambiano, l’amore vicendevole, la carità devono anche cambiare? La regola dice bene: “Prima amiamo Dio, e poi il nostro prossimo”. Le osservanze non sono le sole a promuovere il regno di Dio, perché lo stesso vale per la verità e la pratica dei comandamenti. La carità, il lavoro, il digiuno, lo stesso vestito, il silenzio, l’obbedienza, il rispetto vicendevole, la deferenza nei confronti dei superiori, tutto questo è chiaramente fissato dalla regola. Che cosa occorre ancora ad un religioso per assicurarsi la salvezza? Riguardo al colore, alla qualità fine o grossolana degli abiti, se discussioni sorgeranno tra voi, quelli che hanno ricevuto il potere di far da pacieri indichino dove si trova nella regola o nelle prescrizioni di Cristo e degli Apostoli che gli abiti devono essere bianchi o neri, fini o rudi, e saranno creduti. Però una cosa è certa: secondo il Vangelo, gli angeli testimoni della risurrezione sono apparsi vestiti di bianco. [8] Secondo la consuetudine autorizzata dalla Chiesa, i penitenti sono vestiti di lana. Nell’antico Testamento i leviti uscivano ugualmente vestiti di lana, ma nel santuario dovevano indossare abiti di lino. Sembra dunque che si debbano portare vesti bianche sull’esempio degli angeli e vesti di lana sulla pelle in segno di penitenza. Nel santuario e durante le ore liturgiche ci si rivestirà invece di lino.

I primi fratelli non si curavano molto della vita materiale. Grazie alle esortazioni del loro padre Norberto, concentravano tutti gli sforzi nella vita spirituale: seguire le Sacre Scritture e prendere Cristo per guida. Il padre Norberto assicurava che coloro che volevano stare con lui non avrebbero smarrito la via se vivevano secondo il Vangelo, la dottrina degli Apostoli e la regola di vita proposta da Sant’Agostino, di cui avevano fatto professione. Pertanto non arrossivano della povertà dei loro vestiti, non facevano alcuna difficoltà per obbedire, conservavano ovunque e sempre il silenzio. Rimproverati, si inginocchiavano umilmente; evitavano di mostrare i loro dispiaceri e di pronunciare parole dure anche contro i delinquenti, perché, secondo i principi del suddetto padre, i fratelli dovevano domare il corpo con il digiuno e l’anima con ogni specie di umiliazione.

La biancheria e la veste di lavoro dovevano essere di lana. Dovevano anche portare pantaloni di lino, benché egli stesso indossasse sempre un cilicio assai ruvido. Nel santuario però, e laddove si dovevano toccare e celebrare i santi misteri, dovevano aggiungere una veste di lino, per l’igiene e per rispetto, egli decise che tale prescrizione si doveva osservare sempre. Molto spesso raccomandava queste tre cose: pulizia dell’altare per il massimo rispetto dei santi misteri; correzione fraterna, in Capitolo e altrove, delle colpe e negligenze; esercizio della carità e dell’ospitalità nei confronti dei poveri. Perché è all’altare che si evidenziano la fede e l’amore per Dio; nella purificazione della coscienza la cura di se stessi e nell’accoglienza degli ospiti e dei poveri, la carità nei riguardi del prossimo. Egli non cessava di assicurare che una casa che si fosse applicata nell’osservare queste tre cose, non avrebbe incontrato penuria che le proprie forze non sarebbero riuscite a sopportare.

Un giorno tornava da Reims in compagnia di alcuni fratelli e di due novizi che uno dei suoi sermoni aveva strappati al mondo. Camminavano in silenzio e meditavano in Dio. Da una nube si sentì una voce: “Ecco la famiglia del fratello Norberto!”. “Uno dei due novizi”, rispose un’altra voce, “non appartiene a questa famiglia”. Tutti sentirono; Norberto e i suoi compagni esaminarono la cosa in silenzio; non avevano alcun cattivo sospetto, ma s’interrogavano sul da farsi. Il padre Norberto, più attento, convinto che Dio non avrebbe fatto sentire senza motivo quelle voci, chiedeva con tutto il fervore della sua preghiera, il significato dell’evento. Notava che uno dei novizi era negligente nell’ammettere i propri torti, leggero nelle parole, sempre in movimento, poco perseverante, tiepido nella preghiera, e di obbedienza poco sollecita - era, infatti, un inglese! - Gli disse:

A che cosa pensate, fratello? Ditemi ciò che nascondete. Se cercate Dio, sapete bene che egli vede tutto. L’Apostolo assicura che ai suoi occhi tutto è nudo e scoperto. Cerchiamo la verità, facciamo tutto il nostro possibile Per camminare nella verità; ma non c’è patto attuabile tra la verità e la menzogna, patto di vita comune tra il fedele e l’infedele.

Ma il novizio dalla mente svogliata rispose con leggerezza: “Pensate che io abbia intenzione di derubarvi? Siete povero, ma - si darà a chi possiede e sarà nell’abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche ciò che ha - ”. Così disse e lo mise anche in pratica. Era appena arrivato un postulante, che possedeva qualche bene e denaro; la somma da lui portata fu nascosta dietro l’altare della comunità. Una notte, dopo aver attentamente scelto la sua ora, l’inglese fuggì con il denaro. Così, da buon ladro provetto, aumentò la miseria dei poveri di Cristo che non sospettavano di niente. Non rimaneva loro neppure di che pagare il cibo di una giornata.

Il gran numero dei fratelli riunitosi con il padre Norberto lo costrinse a cercare un posto definitivo per stabilirsi. Il luogo era molto selvaggio, totalmente incolto, pieno di sterpaglie, di paludi, di acquitrini. Nessun motivo di fissarvisi, ad eccezione di una piccola cappella, con un frutteto accanto e uno stagno alimentato ancora oggi dalle acque montane e piovane e dalle infiltrazioni delle paludi. Sempre fisso in quel posto, l’uomo di Dio aspettava con la sua comunità un’indicazione dall’Alto. Un giorno, dopo la preghiera comune, uno dei fratelli ebbe una visione davvero rivelatrice. Ecco la descrizione che ne fece all’uomo di Dio. Aveva visto, disse, da qualche parte nel podere, nostro Signore Gesù Cristo crocefisso. Intorno alla croce, sette raggi di sole, di una chiarezza sfolgorante. Dai quattro punti cardinali procedeva un’immensa moltitudine di pellegrini con bisaccia e bastoni. Dopo aver adorato in ginocchio il Redentore e abbracciato i suoi piedi se ne tornavano a casa. Norberto rese grazie a Dio, fece scavare le fondamenta e invitò il vescovo di Laon, Bartolomeo, a benedirle e a consacrare le prime pietre della chiesa. Alla funzione assistettero messer Tommaso di Coucy, che temeva e riveriva religiosamente l’uomo di Dio, il figlio Enguerrando ancora bambino, molti nobili, numerosi chierici e laici, con un’immensa folla. “Chi è”, si chiedeva con stupore la gente, “quell’uomo la cui fede sembrava sfidare la ragione? C’è forse un futuro per una fondazione in un tale deserto? Non è stabilita né sulla roccia né sulla terra ferma, ma in una palude”. Il terreno, infatti, era talmente paludoso che, nonostante i mucchi di pietre che vi furono affondati, si mise molto tempo a colmarlo. Ma l’impresa non poteva avere indugi, e doveva riuscire, perché ciò che il Padre celeste pianta non si sradica. I muratori erano di due nazionalità: tedesca e francese; ciascuna delle  squadre lavorava su un lato della chiesa e c’era una vera e propria competizione per il più rapido svolgimento del lavoro. L’edificio si alzò molto presto. Fu ultimato in nove mesi e Bartolomeo ne fece la dedicazione.

Non è raro che le tristezze si mischino alle gioie, i contrattempi ai successi. Nel giorno della consacrazione avvenne una disgrazia: nel momento in cui la folla riunita per quella festa si stringeva all’offertorio e faceva come di solito il giro dell’altare, l’altare maggiore fu scosso e la pietra fu divelta. La consacrazione, secondo le regole liturgiche, non era valida. Il lavoro era stato compiuto invano. Norberto si rattristò; più che dubitare delle opere di Dio, sempre provvidenziali, temeva lo scandalizzarsi dei deboli. Riprese coraggio in Dio e decise in segreto con il vescovo di ricominciare la cerimonia l’ottavo giorno di San Martino. Così si fece. Per tutta la sua vita Norberto affermò che questo era segno che occorreva un restauro in futuro.

Capitolo VII
Le trappole del nemico

13. Giunti al termine di tutto questo, Norberto, secondo la sua abitudine, partì per predicare. Durante la sua assenza, il nemico di sempre tese innumerevoli trappole ai fratelli rimasti a Prémontré. In pieno giorno, armato e accompagnato dai suoi complici; si mostrò ai religiosi sotto le sembianze di nemici mortali che avevano lasciato nel mondo. Intimoriti dal fracasso delle armi e dai nitriti dei cavalli, questi fratelli si difendevano alla meglio. Fuggirono prima per raccogliere bastoni e sassi, e poi, proteggendosi le braccia con qualche cosa, anche con la tonaca, si affrettarono a far fronte. Cosa strana: lottarono con un ardore tale da credere di lanciare giavellotti e di riceverne, colpire ed essere colpiti, ferire ed essere feriti, uccidere ed essere uccisi. Al fragore i confratelli accorsero numerosi. Si tentò di far ragionare i combattenti. “Non vedete, rispondono, che siamo attaccati dai nostri nemici? Siamo quasi fatti a pezzi. Stiamo per morire in una vergogna irreparabile”. A tali parole i fratelli capirono che si trattava di un’ossessione demoniaca. Buttarono acqua benedetta, fecero il segno della croce, e la truppa degli spiriti perversi si allontanò. Ma i disgraziati fratelli, accaniti nel perseguitare i nemici vinti e messi in fuga, esclamarono: “Andiamo, andiamo, tornate e resistete, o morirete nella vergogna. A voi di attaccare nuovamente”. Quando tornarono alla realtà, alcuni riconobbero il loro errore e perseverarono nella virtù così coraggiosamente come avevano combattuto; altri, non potendo sopportare l’affronto di un tale abbaglio, caddero nella disperazione. Come colpiti dal pungiglione della coda del demonio, finirono per lasciare la vita religiosa.

I religiosi furono ancora oggetto di un’altra scaltrezza satanica. Il diavolo illuse alcuni di loro che prima erano stati in suo potere: uomini appena capaci di leggere, cavavano adesso dai libri informazioni sconcertanti e si arrischiavano a predizioni stupefacenti. Uno di loro assicurava di capire anche la profezia di Daniele. Sotto l’azione del Bugiardo, egli interpretava il passo dove l’autore parla delle quattro, sette e dieci corna, dei re, dell’anticristo. Alcuni fratelli gli concedevano ingenuamente la loro attenzione. Per poco non indusse in errore lo stesso uomo di Dio, il venerabile Simone, abate di San Nicola. La sua arroganza divenne tale che osò predicare ai suoi fratelli in Capitolo. Incominciò con un testo: “Siate forti in guerra e lottate contro l’antico serpente…” Ma alle parole: “e riceverete il regno eterno”, si trovò incapace di proseguire. Poco dopo, il chierico autore di questi scandali cadde improvvisamente ammalato; lui che parlava tanto delle cose della terra, ecco che non s’intratteneva che su quelle del cielo, sulle realtà invisibili e ineffabili. I fratelli accorsero per dargli l’estrema unzione e per ascoltare le sue ultime parole. All’ora del vespro, diceva, sarebbe stato con gli angeli in cielo oppure con i suoi fratelli in coro. Pronunziava sugli altri predizioni più forti ancora: “Poco fa, in estasi, ho visto un tale chiamato alla felicità eterna, un altro sedeva già in cielo. Il trono di questo qui è già pronto nella gloria. Quest’altro sarà vescovo. Tale sarà superiore e maestro di numerosi religiosi. Questo qui persevererà, quello là abbandonerà”. Dopo di che sembrò sul punto di esalare l’ultimo respiro. Un’ora più tardi, al suono del vespro, si alzò bruscamente e corse per entrare in coro con gli altri. Tutti furono assai confusi di essere stati così ingannati.

Il maligno nemico provò ancora un altro fratello. Questi pensava di capire l’Apocalisse di Giovanni e poter penetrare i segreti del cielo. La cosa venne annunziata al priore sul luogo di lavoro, e il priore la trasmise alla comunità. Si rientrò dunque per ascoltare le ultime “rivelazioni”. Il fratello, che si chiamava Rinaldo, era seduto, rosso come un ubriaco. Di fronte a lui un tale Burcardo piangeva a calde lacrime. Gli si chiede perché: “Fratelli miei, risponde, ecco il mio rivale che vuole uccidermi. Si perquisisca il suo letto e si troverà l’arma del delitto”. Si cercò sotto i due letti, e si trovarono le prove della loro animosità, un coltello lunghissimo e un grosso randello. Furono portati davanti alla comunità. Disse il Signore:

Fratelli, e piaccia a Dio che voi siate davvero fratelli; i discepoli di Gesù Cristo nostro Signore, istruiti dalla luce dello Spirito Santo, non conoscono il fuoco della gelosia né i veleni dell’odio. Lo Spirito Santo non è uno spirito di discordia, ma di concordia, non di dissenso, ma di pace. Adesso vediamo bene a quale fonte avete attinto il male e l’amarezza. Di conseguenza, nel nome del Signore v’imponiamo il silenzio, fino al ritorno del nostro padre Norberto.

Questo incidente raddoppiò la prudenza dei fratelli in simili circostanze.

14. Un po’ più tardi, Satana s’impadronì di un giovane ragazzo, figlio di un converso, e si mise a tormentarlo con cattiveria. I fratelli si chiedevano con stupore il significato di attacchi così frequenti. Incatenarono l’indemoniato e lo rinchiusero, finché non fosse presa una decisione. Durante il silenzio notturno, il priore volle andarlo a trovare. Non era ancora aperta la porta che il demonio gridò dall’interno: “Sta per entrare da me, sta per entrare da me, viene il maestro dalla tonaca rappezzata. Sia maledetto! Chiudete la porta, chiudete presto. Non entri!” Tutto questo non fermò il priore che spinse la porta, entrò. “Che dicevi dunque?”, chiese. “Vuoi sapere ciò che dico o chi sono?” Risponde l’altro. “Non saprai né l’uno né l’altro. Non sei il maestro, il protettore di questo bambino e il capo degli altri? Scappa presto, o partirai sotto il cumulo dei miei insulti “. Certissimo che si trattasse di uno spirito cattivo, venuto per ingannarlo e anche per ucciderlo, il priore rispose: “Ti scongiuro per Gesù Cristo, Figlio di Dio che sulla croce ha trionfato su di te, che in tutta giustizia e forza ti ha ripreso il potere che avevi usurpato sull’uomo, ti scongiuro di dichiararmi chi sei”. Ma l’altro: “È così che vuoi costringermi?” “Non sono io”, “risponde il priore, che ti costringo, ma chi ti ha già vinto, come ho detto “. “Ah, disgraziato che sono! Che fare?”, gridò il demonio. “Sono lo stesso che nella giovane di Nivelles ha resistito al tuo maestro Norberto, quel cane bianco. Maledetta sia l’ora della tua nascita! “ Allora il priore radunò i fratelli. Essi presero umilmente la disciplina, decisero di darsi al digiuno e alla preghiera, poi s’incamminarono con l’acqua santa verso l’indemoniato. Il demonio fremette, lanciò grida stridule: “Vengano alla battaglia! Siamo numerosi. Li frantumeremo come la macina maciulla il grano, e li stermineremo “. “Lo farai se lo puoi “, replicò il priore. Satana gli mostrò il pugno: “ Ti credi il loro maestro? “, gli chiede. E, mostrando la croce processionale, disse: “Ecco il maestro. Non sei tu. A te non cederemmo. È lui che ci tortura”. I demoni confessano e temono nostro Signore Gesù Cristo crocefisso, mentre gli Ebrei e gli eretici non lo riconoscono, ma lo maledicono e lo prendono in giro. Infine l’indemoniato fu slegato, ma anche in parecchi non si riusciva a tenerlo. Un giovane chierico del monastero, tra i più obbedienti, osò dire con tutta umiltà: “Mi si ordini nel nome dell’obbedienza! Lo terrò non con le mie forze, ma con le mani e i legami dell’obbedienza “. Il priore glielo ordinò, e gli altri si ritirarono. Da solo egli condusse l’indemoniato tutto tremante di paura vicino all’acquasantiera. Fu immerso nell’acqua santa, furono letti su di lui esorcismi e vangeli. I fratelli pregano e piansero, si dettero la disciplina, si prostrano e si afflissero. Finalmente, dopo aver torturato il povero corpo dell’ammalato, il demonio si mise sulla sua lingua sotto forma di una lenticchia nera. Nella bocca aperta si mostrò agli astanti gridando: “Sono io, ma per nessuno di voi uscirò oggi”. “Bugiardo”, gli risposero. “Fin dall’inizio hai mancato alla verità. Mai ti si deve credere”. Non tardò ad uscire, lasciando dietro di sé tracce ripugnanti. Una volta liberato, il ragazzo, vinto dai tormenti, cadde ammalato e dovette rimanere a letto. Guarì soltanto dopo un lungo periodo di riposo.

In quel tempo c’era alla portineria, per fare l’elemosina e ricevere gli ospiti, un fratello pio, di provata santità. Una notte, disteso sul suo letto di felci, non dormiva; Satana gli apparve mugghiante e con forti grugniti di cui solo ha il segreto. Cominciò a smuovere le felci ai piedi del fratello, e lo ripeté per tre notti di seguito. La terza volta, per consiglio del priore, il fratello disse al demonio:

Miserevole creatura, eri Lucifero, l’astro dell’aurora, eri nelle delizie del paradiso. Ma questo non ti è bastato; hai detto: siederò sulla montagna degli dei, sarò simile all’Altissimo. Allora hai perduto la tua prima grandezza, hai preferito le tenebre alla luce, la miseria alla beatitudine, la sporcizia dei maiali al paradiso. Bello scambio! Magnifico Vantaggio per te! Non sei al tuo posto qui. Va’ ad avvoltolarti con i porci nelle fogne schifose e aspetta in quei luoghi puzzolenti il momento del severo giudizio.

Confuso, il tentatore fuggì e cessò di apparire a quel religioso. Così lo spirito cattivo viene disarmato e si riempie di terrore quando gli si incute vergogna delle delizie perdute. Trema di paura anche quando gli si ricordano le minacce e i terrori del futuro giudizio. Ecco perché la Chiesa ha introdotto l’usanza di terminare gli esorcismi con queste parole “Ti scongiuro per chi deve venire a giudicare i vivi, i morti e il mondo con il fuoco”.

Dopo aver invano tormentato i fratelli, il Maligno volò rapidamente fino a Maastricht, dove si trovava il padre Norberto; là s’impadronì dell’intendente di un signore. In occasione dell’annuale festa patronale, il sacerdote di Dio, Norberto celebrò la messa nella chiesa principale, alla presenza di numerosi fedeli. Si riusciva appena a trattenere l’indemoniato, talmente si agitava. Dopo la messa, su richiesta dei presenti, fu portato davanti a Norberto. Con ancora le vesti liturgiche indosso, tutto pieno di Spirito Santo, il santo si spinse in avanti per combattere il nemico. Alcuni fratelli lo pregavano di risparmiare la sua salute, perché era già tardi. “Il caso, dicevano, era accidentale, e non si potevano certo liberare tutti gli indemoniati…”

Norberto s’indignò: con la voce e con lo sguardo li rimproverò severamente, disse loro:

Non sapete, fratelli, che la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo? Vi sta sempre accanto e non vuole sloggiare. Se Satana s’immischia così spesso e in modo così molesto nei nostri affari, è perché vuole rendermi odioso, umiliare la Parola di Dio di cui sono ministro, distruggerne l’effetto in coloro che l’hanno ricevuta. Se non può raggiungere quel risultato in segreto, lo fa palesemente con la sua solita arroganza. Non avete sentito la Verità stessa assicurarci che il diavolo cerca di togliere dai cuori il seme della Parola di Dio?

Fece allora disporre l’indemoniato di fronte all’altare e iniziò l’esorcismo. Scongiurava il demonio di uscire. Nel momento in cui mise sale nella bocca del posseduto, l’infelice glielo sputò in faccia. Gridò: “Hai già consigliato di mettermi nell’acqua, di colpirmi brutalmente, fino a morirne quasi. Pena perduta! I tuoi colpi non mi toccano, le tue minacce non mi fanno paura, la morte non mi spaventa. I tuoi legami non hanno presa su di me”. Si era infatti proposto di immergerlo nell’acqua santa, ma l’indemoniato non aveva potuto sentire quel proposito. Numerosi assistenti stavano li, chierici e laici, sia per curiosità, sia per devozione. Allora il Maledetto, per bocca dell’energumeno, iniziò a raccontare la vita di parecchi di loro, a svelare i loro adulteri, le loro fornicazioni, a scoprire tutto ciò che non era stato accusato in confessione. A quelle rivelazioni ci fu un fuggi fuggi generale; con il padre Norberto non rimase che un ridottissimo numero di persone.

Venuta la sera, tutti erano giunti all’estremo delle forze, in seguito al digiuno e alla veglia della notte precedente. Norberto fu costretto a ritirarsi dai suoi ospiti, a rifocillarsi e a dormire un po’. Mentre prendeva il cibo con i suoi fratelli e invitati, fu annunziato che il malato, liberato, stava tranquillo senza bisogno di costrizioni di fronte all’altare e chiedeva perdono delle sue vergognose maldicenze. Ringraziarono Dio e, di fatto, per tutta la notte e l’indomani lo si credette guarito. Tra gli abitanti della città covava però un odio mortale. Per tutta la giornata il padre Norberto si adoperò a placarlo. Con la grazia di Dio li pacificò totalmente. Ma il diavolo, espulso dai loro cuori, non voleva cedere. Tornò nell’infelice che credevano guarito. Eccolo di nuovo gridare ed esplodere di furore. Quando il santo tornò in chiesa tutti gli fecero premura dicendo: “Non sapete che l’energumeno di ieri è stato ripreso dal suo male?” L’uomo di Dio rispose: “Non sarà liberato subito. Questo gli succede per i suoi peccati - era l’intendente di una fattoria - è per un giusto motivo che è consegnato al suo boia. Lasciatelo stare ancora per un po’”. Soffrì infatti indicibilmente per tre giorni, poi la divina misericordia lo liberò. Tornò a casa sano di corpo e di spirito.

Capitolo VIII
San Goffredo e il conte Tebaldo

15. Negli stessi giorni, un conte di Westfalia, di grande nome e di grande potenza, si presentò a Norberto; si chiamava Goffredo. Lo guidava lo spirito del timor di Dio; questi intendeva lasciare tutto e abbracciare la povertà volontaria. Era ricco, fortemente armato e possedeva tanti servi e domestiche. Voleva Rinunciare a tutto questo, a condizione che il suo castello di Cappenberg fosse trasformato in monastero e consacrato al servizio di Dio. Così di quel luogo dove aveva regnato l’orrore dei vizi, la santità avrebbe fatto un luogo di benedizione. C’era però opposizione da parte di sua moglie, di suo fratello più giovane e di suo suocero Federico che pretendeva che una parte consistente di quel dono come dote della figlia. Se ne discusse a varie riprese; fu una cosa lunga, ma sua moglie, per amore di Dio, acconsentì. Anche suo fratello si decise ad una conversione totale. Così sulle loro terre furono erette tre chiese: Cappenberg, Ilbenstadt e Varlar. Vi furono inviati dei fratelli, e la vita religiosa vi fiorisce ancora oggi.

Ma il conte Federico, suocero del conte Goffredo, vedeva in ciò un indebolimento del suo potere, perché il castello di Cappenberg aveva dominato tutta la Westfalia fino a quel giorno. Lo rivendicava come la dote di sua figlia, e minacciava i fratelli di ucciderli, se non lasciavano il castello al più presto. Ogni tanto si avvicinava con i suoi e fingeva di impiccare il padre Norberto con il suo asino ad una bilancia, per vedere quale dei due fosse il più pesante. Quell’orgoglioso linguaggio gli attirava i rimproveri dei vescovi e dei signori dei dintorni, che minacciavano a Federico la collera divina. Il fatto è che il padre Norberto era molto stimato nella regione renana, e non si poteva sopportare di sentirlo attaccato. I fratelli di Cappenberg, molto inquieti, scrissero all’uomo di Dio per chiedergli soccorso e per denunziargli le parole arroganti dell’orgoglioso. A tale notizia, Norberto rinnovò la sua fede e la sua speranza in colui che ha detto: “Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo”. Poi annunziò che si sarebbe presentato da solo con l’asino e si sarebbe consegnato nelle mani di Federico. Persistette in quella decisione e, nonostante la lunghezza della strada, non cambiò la sua cavalcatura. Eccolo attraversare il Reno e penetrare senza armi, senza difesa, nelle terre del conte Federico. Mentre vi soggiornava, la vendetta divina si abbatté sull’infelice conte. All’ora del pranzo gli scoppiò il ventre e crepò nel bel mezzo del pasto! Con la vita finì la sua malizia e la chiesa ritrovò la pace.

Quando il padre Norberto tornò in Francia, ricevette la visita del conte Tebaldo. Era un personaggio di altissima nobiltà e veniva a consultare il santo sulla propria salvezza. Il padre sapeva molto bene che il conte distribuiva abbondanti elemosine per la costruzione di chiese e di monasteri e che era il padre degli orfani, il sostegno delle vedove, la provvidenza dei poveri e degli ammalati. Non volle perciò che cambiasse una vita così santa. Gli consigliò di perseverare nelle sue opere buone, di sposarsi, per avere una discendenza che ereditasse, insieme con le tradizioni familiari, i suoi immensi possedimenti. In questo caso che abbiamo citato, si poté ammirare la prudenza dell’uomo di Dio. Al signore di Westfalia che si era arricchito con le spoglie altrui, permise di rinunziare a tutti i suoi beni. Al conte francese che, con i beni propri, soccorreva i poveri, consigliò di conservare tutto, ma come se non possedesse niente. [9]

In quel tempo l’uomo di Dio progettava di partire per Roma. Accompagnato da ambasciatori del conte Tebaldo, andò prima a Ratisbona. Il fratello del vescovo di quella città, il nobilissimo e potente margravio Engelberto, aveva una figlia da sposare. La chiesero per messer Tebaldo, e ciò fu loro concesso. Gli ambasciatori tornarono ad annunziare al loro maestro la felice notizia. Quanto a Norberto, egli continuò il viaggio per Roma, dove fu accolto con molti riguardi da papa Onorio, di felice memoria. Vide tutte le sue richieste soddisfatte e ne fu riconoscente. Conclusi i negoziati, prese la strada del ritorno e giunse a Würzburg. Durante il viaggio, i suoi compagni ed egli stesso sentirono una voce annunziare che sarebbe divenuto arcivescovo di Partenopoli. [10]

Capitolo IX
Norberto taumaturgo

A Würzburg il giorno di Pasqua, Norberto celebrò la messa in cattedrale, di fronte ad un pubblico numeroso. Una cieca, che tutti conoscevano bene, si avvicinò a lui al momento della comunione del corpo e del sangue del Signore. Dopo aver bevuto il prezioso sangue, Norberto le soffiò sugli occhi: all’istante la donna ritrovò la vista. Pieni di ammirazione, tutti i presenti lodarono con alte grida la potenza di Dio. In quell’occasione alcuni notabili della città si convertirono e si diedero all’uomo di Dio con tutti i loro beni. È risaputo che quelle donazioni permisero di costruire, vicino alla città, il monastero di Oberzell, dove il culto divino fiorisce sempre. Ma l’uomo di Dio, come i suoi compagni, conservò il ricordo della voce sentita al ritorno da Roma. Temendo di essere eletto vescovo della città, la cui sede era vacante, partì presto in segreto.

Tornato a Prémontré, fondò le chiese di San Martino di Laon e di Vivières, nella regione di Soissons, e vi lasciò alcuni fratelli. Il giorno in cui i fratelli arrivarono a Vivières, l’antico nemico, tutto nero e spaventevolmente vestito, apparve ad un contadino impegnato nel lavoro della terra, e gli disse: “Perché lavori? Che fai? Datti a me, e io ti arricchirò”. Il villano lo prese per un monaco. “Conserva i tuoi beni, rispose. Noi abbiamo per signore Norberto. Egli arricchirà le nostre anime come i nostri corpi”. A tali parole, il demonio soffiò volgarmente su di lui e sparì gridando: “Norbret Norbret!”, come se quel nome lo torturasse. Il contadino abbandonò il suo attrezzo e si mise a correre nei campi, gridando come un forsennato. I vicini, che lavoravano nello stesso campo, accorsero e lo videro fuori di senno. Lo acchiapparono, lo legarono e lo condussero nella chiesa di Vivières. La sera stessa arrivò Norberto, accompagnato da Ansculfo, arcidiacono di Soissons, proprietario del terreno dove stava la chiesa, che veniva a farne donazione all’uomo di Dio, con le formalità d’uso in quel paese. Durante la stesura dell’atto, il demonio tormentava crudelmente il contadino. Gli chiesero il suo nome e il demonio si fece passare per un certo Olibrius, che tormentava santa Margherita. Alla richiesta della gente, il padre Norberto si presentò e asperse l’indemoniato con acqua santa. Poi gli massaggiò le gengive con sale benedetto e le lavò con acqua santa. Gli ordinò anche di non consumare niente durante nove giorni, se non cibi preparati con acqua e sale benedetti. A quella scadenza l’uomo tornò a casa completamente guarito. L’indomani mattina andò in chiesa e narrò con tutti i particolari quanto gli era capitato nel campo.

Capitolo X
Il difensore della fede

16. In quell’epoca una funesta eresia si era diffusa nella grande e popolosa città di Anversa. Un certo Tanchelino, seduttore di meravigliosa sottigliezza e abilità, aveva trovato in quella città l’occasione di sviluppare i suoi talenti per il male. Era uno scellerato, nemico della fede cristiana e della religione, al punto di non fare alcun caso della sottomissione ai vescovi e ai sacerdoti. Negava inoltre l’utilità per la salvezza eterna di ricevere il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo. Quell’errore attirò molta gente; nei suoi confronti si fece prova di una credulità illimitata. Circa tremila uomini armati si misero al suo seguito; nessun signore o principe osava attaccarlo o anche solo resistergli. Andava, vestito di broccato, con oro in mezzo ai capelli ricci, gioielli dovunque. I suoi festini sfarzosi, i suoi discorsi persuasivi incontravano la benevolenza degli uditori, che ne erano sedotti. Fatto incredibile, si arrivava persino a bere l’acqua del suo bagno, a portarla come reliquia! Inoltre si compivano parecchie pratiche vergognose e abominevoli. Anche dopo la morte dell’eresiarca fu impossibile estirpare quel flagello. Anversa possedeva una comunità di dodici chierici. Il persistere dell’eresia li condusse a forzare la mano al padre Norberto e ai suoi fratelli. Con l’intermediazione del vescovo gli fecero dono della loro chiesa e di alcune rendite. Speravano che i meriti dell’uomo di Dio e dei suoi religiosi riuscissero a por fine a quei tremendi eccessi e che, al posto delle tenebre dell’ignoranza, si diffondesse la luce della verità. Norberto accettò quella chiesa, mentre i chierici se ne costruirono un’altra nella stessa città. Queste due chiese sono ancora oggi consacrate al culto di Dio. Così il pio predicatore Norberto, ad opera sua personale o tramite i suoi, ricondusse il popolo, che l’infame seduttore aveva così perfidamente ingannato, nella via della verità e della giustizia.

Capitolo XI
Nuovi attacchi

17. Ecco un altro episodio da ricordare. Durante un inverno l’uomo di Dio, Norberto si trovava a Prémontré. Approfittando dell’occasione, rivolgeva ai suoi fratelli parole d’esortazione. Alcuni ebbero sete, e fu loro portata acqua dalla sorgente ma Norberto gridò che quell’acqua non era pulita. Quelli che l’avevano portata risposero che il vaso era stato lavato accuratamente e che l’acqua era limpidissima. Norberto insistette che nessuno ne bevesse. I fratelli fecero luce e, guardando nel fondo del recipiente, videro nuotarvi uno schifoso verme di dimensioni eccezionali. Il fatto stupì tutti, perché non si vedono mai animali di questo genere d’inverno. D’altronde la sorgente era purissima, e si ricordava che il vaso era pulito. Tutti lodarono Iddio di essere stati preservati dalle trappole del nemico dal loro padre Norberto.

Era poi frequentissimo il tentativo dell’antico nemico d’ingannare i fratelli di Prémontré. Appariva sotto sembianze orribili a quanti soddisfacevano le proprie necessità naturali, con minacce in parte fantasiose. Uno di loro prese il coraggio in mano ed esclamò: “Fino a quando dovrò sopportare gli inganni di quest’avversario insopportabile?” Si alzò e cacciò energicamente il demonio. Da allora in poi fu tranquillo da illusioni di questo genere.

Un altro fratello si trovava nella stessa necessità privata. Il maligno nemico gli apparve e lo tenne in quella posizione ridicola dall’inizio fino alla fine del mattutino. Per la sua pazienza, il fratello vinse l’insolenza del demonio. Fece il segno della croce e si lanciò contro la porta che credeva sbarrata. Non trovando alcuna resistenza, comprese che era stato vittima di un artificio infernale. Riprese la sua libertà di spirito, e non temette niente più di simile.

Una notte il padre Norberto era in preghiera in Chiesa, il demonio si avvicinò per impaurirlo. Gli apparve sotto forma di un orribile orso e per terrorizzarlo gli mostrò i denti e le unghie. Quell’irruzione inattesa intimorì un po’ l’uomo di Dio. Ma egli non tardò a riprendersi, e riconobbe le insidie del suo persecutore. Subito riprese forza pregando un po’ ed esclamò:

Che cosa aspetti, crudele bestia? Le tue unghie non sono reali, i tuoi denti aguzzi non sono che vento, i tuoi peli arruffati non sono che fumo senza consistenza. Non c’è che ombra, che il sole nascente farà sparire. Creato ad immagine di Dio, il tuo orgoglio ti ha meritato di cambiare la tua luce in tenebre. Adesso vattene, te l’ordino. C’è forse alleanza tra Cristo e Belial, fra la luce e le tenebre, la fedeltà e infedeltà? Vattene presto. So bene che non puoi nuocere a nessuno senza permesso.

Il Bugiardo non poté sopportare queste parole di verità, e così sparì.

Venne il momento in cui il conte Tebaldo, di cui si è fatto menzione sopra, dovette partire per incontrare, nel giorno e nel luogo convenuti, la sua fidanzata accompagnata dal padre, dalla famiglia e da numerosi amici. Il padre Norberto doveva prendere parte al viaggio ma la fidanzata, ammalata, non poté spostarsi. Questo era un motivo di sfiducia. Si temette che ci fosse stato un ripensamento o che fosse sopravvenuta qualche delusione a turbare le nozze. Il padre Norberto fu dunque pregato di continuare da solo il viaggio per accertare la causa del ritardo. Egli cedette alle preghiere e partì con l’intenzione di condurre a buon fine il matrimonio che aveva preparato. Partendo inviò ai suoi fratelli di Prémontré un po’ del denaro ricevuto, affinché ai cinquecento poveri che si nutrivano durante la carestia se ne potessero aggiungere altri centoventi a nome suo, per nutrirli con fraterna carità. Non sperava ormai più di fermarsi da loro dopo il suo ritorno e perciò volle lasciar loro quel ricordo. Seguiva in questo l’esempio del Maestro che amò i suoi fino alla fine.

Capitolo XII
L’Arcivescovo di Magdeburgo

18. L’anno 1125 dell’Incarnazione, Magdeburgo, metropoli della Sassonia, era vedova del suo vescovo. Dopo la sua morte, l’elezione del nuovo vescovo appariva molto controversa. Tre personaggi di primo piano se la disputavano; ma poiché nessuno degli elettori accettava di rinunciare ai propri diritti, l’affare fu sottoposto al serenissimo imperatore Lotario. In quello stesso momento si trovava presso il sovrano un cardinale, legato della Sede Apostolica, di nome Gerardo, quello stesso che sarebbe successo al Papa Onorio col nome di Lucio. Per uscire dal vicolo cieco in cui si trovavano gli elettori, l’Imperatore, dietro consiglio d’Alberto, arcivescovo di Magonza e di Alberione, primate di Metz, propose loro, come vescovo di Magdeburgo, Norberto, che era in quel momento alla corte per predicare. Furono dunque convocati gli elettori e si discusse a lungo. Finalmente l’imperatore stesso designò Norberto come arcivescovo, e subito il legato confermò con l’autorità della Sede Apostolica la scelta ben intenzionata e così felice dell’imperatore. Alcuni messaggeri rintracciarono Norberto che si preparava già a partire. Con il plauso unanime fu presentato al sovrano, e tutti i dignitari della chiesa di Magdeburgo l’acclamarono. “Ecco il nostro padre”, dissero, “ecco il vescovo da noi prescelto, noi lo approviamo come nostro vero pastore!” Egli si opponeva con tutte le sue forze a tali acclamazioni, ma sotto la pressione di quanti lo circondavano finì per cadere in ginocchio davanti all’imperatore e per forza accettò il bastone pastorale che gli veniva consegnato fra le mani. Il cardinale gli rivolse il seguente discorso:

Per l’autorità di Dio onnipotente, dei beati apostoli Pietro e Paolo e di messer papa Onorio, vi ordino di non resistere alla chiamata di Dio. Come un servitore fedele e prudente, fate fruttificare il talento della Parola di Dio, che avete ricevuto per il profitto di tutti. Perciò, quando il Signore verrà per chiedere ragione ai servitori ai quali egli ha affidato i suoi doni in abbondanza, potrete sentire queste parole: “Molto bene, servo buono e fedele, ti sei mostrato fedele nelle piccole cose, sarai preposto ad affari più importanti. Entra nella gioia del tuo maestro”.

Molti altri motivi, assieme all’autorità apostolica, trionfarono delle sue resistenze. Norberto, con gli occhi pieni di lacrime, accettò il giogo del Signore. L’imperatore lo congedò, e Norberto partì per Magdeburgo in Sassonia. Al suo arrivo una grande folla gli venne incontro. Tutti si rallegravano di ricevere come pastore un uomo così santo. Non appena fu in vista di Magdeburgo, si tolse le scarpe e andò a piedi scalzi. Dopo il ricevimento in cattedrale, si diresse verso l’arcivescovado. I suoi abiti erano così poveri che il portiere non lo riconobbe e gli rifiutò l’ingresso. Tutti si misero a rimproverare il portiere. Il padre Norberto sorrise gentilmente e disse:

Non aver paura sei tu che mi hai conosciuto meglio. Hai visto più chiaro di quelli che mi trascinano a questo palazzo, troppo bello per me, povero e di umile condizione.

Fu consacrato vescovo e divenne amministratore fedele della sua casa. Convocò gli amministratori preposti alle spese e chiese loro i conti. Le rendite episcopali erano diventate talmente magre che, con i fondi rimanenti, si poteva sopravvivere per circa quattro mesi soltanto. La chiesa di Magdeburgo, fondata e arricchita dall’imperatore, era stata largamente dotata, ma la negligenza degli arcivescovi e le frodi degli amministratori l’avevano molto impoverita. L’arcivescovo Norberto, con la grazia di Dio, strappò ai ladri i beni della Chiesa. Questo era modo sicuro per crearsi fastidi, infatti, coloro che all’inizio l’avevano maggiormente lodato, ora lo trovavano odioso. Norberto, nel nome del Signore, non esitò mai ad affrontare disagi; insistette in ogni occasione, alternò rimproveri e censure. Egli impiegò tutte le sue forze per la riforma spirituale e concreta della sua chiesa. Una delle imprese più coraggiose fu di assicurarsi il possesso della chiesa di Nostra Signora. Con l’assenso dell’imperatore, del capitolo della cattedrale e dei canonici di quella chiesa, poté realizzare uno dei suoi più cari desideri, mettendovi fratelli del suo Ordine. Per grazia dello Spirito Santo, vi celebrano ancora oggi l’ufficio divino.

I successi dell’arcivescovo suscitavano molte gelosie. Un giovedì santo, mentre ascoltava le confessioni, un uomo avvolto in un mantello si presentò tra i penitenti alla porta di casa. Chiese al portiere di introdurlo, come se si dovesse confessare. Il portiere l’annunziò all’uomo di Dio. “Non lasciatelo entrare”, disse questi. Siccome quello insisteva, fu introdotto in casa. L’uomo di Dio lo vide arrivare. “Non avvicinatevi”, gli disse. “Rimanete dove siete senza muovervi”. Chiamò i servitori che erano di guardia fuori e ordinò di spogliare il giovane dal suo mantello. Si vide allora al suo lato una spada affilata, lunga un piede e mezzo. Lo interrogò sul perché fosse venuto così armato. Pallido, tremante, temendo per la sua vita, si buttò alle ginocchia di Norberto e confessò di essere stato inviato per ucciderlo. Quando questi fece i nomi dei mandanti di tale crimine, lo stupore fu generale: gli autori di quel tradimento erano i servitori dell’arcivescovado e i consiglieri preposti all’amministrazione. L’uomo giusto conservò la serenità del volto. Poi chiese con calma:

C’è da stupirsi che l’antico nemico mi prepari delle trappole? Non è in questa santa notte che egli ha persuaso gli Ebrei a mettere a morte nostro Signore Gesù Cristo? Sarei felice di meritare d’essere associato alla passione del Signore in un giorno così salutare, in cui la misericordia venne concessa ai disperati, il perdono ai peccatori e la vita ai morti.

Un’altra volta un chierico della casa episcopale provò ad ucciderlo a colpi di coltello, nel momento in cui usciva dal mattutino con i suoi canonici. Per sbaglio colpì uno di loro, lacerandogli il vestito. La vittima gridò di essere ferito. Dalla voce il feritore capì di non aver raggiunto l’arcivescovo. “Non è lui”, disse, “che dovevo colpire. E quest’altro che volevo uccidere!”. Come avesse presentito l’attentato, l’arcivescovo aveva camminato davanti, in mezzo agli altri. Gli assistenti si apprestavano a perseguire l’assassino. “Lasciate”, disse l’uomo di Dio, “che se ne vada. Non rendete il male per il male. Non ha fatto che ciò che ha voluto, ma ciò che Dio gli ha permesso “.

Nel frattempo, il padre Norberto non dimenticava la sua fondazione di Prémontré. I fratelli vi erano stati riuniti da lui; non volle lasciarli in pericolo senza un capo. Attraverso i messaggeri che inviò concesse loro di eleggere un pastore in piena libertà. Raccomandava loro nello stesso tempo di scegliere una persona adatta e di virtù provata. Tutti i fratelli consentirono con un accordo che dovette essere gradito a Dio. L’eletto [11] si trovava allora con il padre Norberto. Il giorno stesso della sua elezione ne era stato informato da una visione. “Stavo”, disse, “in compagnia del nostro padre Norberto davanti al Cristo. Egli mi presentò a Lui dicendo: - Restituisco alla vostra santissima maestà, Signore, chi mi avete affidato - “. Quando conobbe il voto unanime, Norberto si rivolse all’eletto alla presenza di tutti i suoi disse:

Mi succederete. Per elezione dei fratelli nella casa della povertà. Andate nel nome del Signore. La protezione del Signore sarà con voi sino alla fine.

Munito di tale benedizione, partì con due fratelli, di cui l’uno era stato appena nominato abate della chiesa di Anversa, l’altro di quella di Floreffe. Egli si recò nella chiesa di Prémontré, di cui divenne il padre. Vi ha lasciato una memoria indimenticabile. Poco dopo stabilì abati nelle chiese di Laon, di Vivières e di Bonne-Espérance. Decise che si sarebbero riuniti ogni anno per studiare la sistemazione dell’Ordine, eliminare le cose superflue ed introdurre le necessarie innovazioni. Da allora, i fratelli dell’Ordine fondato dal venerabile padre Norberto si sono sparsi per tutto il mondo fino ad oggi.

19. In quel tempo il papa Onorio, di felice memoria, morì. Innocenzo II, suo successore canonicamente eletto, non poté prendere possesso della sede di Roma, perché vi salì un intruso, un certo Pierleoni, sostenuto dalla sua famiglia ribelle. Innocenzo si ritirò così in Francia, ove fu accolto con il dovuto onore. Presiedette un concilio a Reims, al quale parteciparono da diverse nazioni arcivescovi, vescovi, prelati e di fedeli di Cristo. L’antipapa Pierleoni fu scomunicato e l’elezione di Innocenzo approvata. L’arcivescovo Norberto vi partecipò. Pur occupandosi degli affari della Chiesa universale, voleva provvedere ai bisogni particolari della sua Chiesa e ottenne dalla Sede Apostolica la conferma dei privilegi di cui godeva Terminato il concilio, egli tornò a Magdeburgo.

Al suo ritorno ci fu una brutta sorpresa: trovò tutto sottosopra. In cattedrale era avvenuto qualcosa che esigeva canonicamente una riconciliazione della chiesa. [12] I dignitari della città lo contestavano: sostenevano che una consacrazione fatta davanti a tanti re e pontefici non doveva essere rinnovata. Invece, Norberto avvertì che non vi si sarebbe più celebrato se non si levava l’anatema. Espose pubblicamente i termini della questione, e fece sapere che gli si impediva di fare ciò che la consuetudine dei Padri prescriveva. La notte seguente con due vescovi che si trovavano là, il grande prevosto e un certo numero di chierici del suo Ordine, entrò in chiesa, rivestito con le vesti sacre, e vi celebrò devotamente, secondo l’usanza, la cerimonia della riconciliazione. Terminata la cerimonia, quando ancora indossavano le vesti liturgiche, sentirono fuori grande clamore: tutta la popolazione era in tumulto. La città intera era in subbuglio perché si era sparsa la voce che l’arcivescovo stava spogliando gli altari, saccheggiando il tesoro, aprendo i reliquiari e togliendo i sigilli per rubare tutto e fuggire poi con il favore delle tenebre, portandosi dietro tutto quel bottino. Le grida della gente riempirono di terrore i servitori dell’uomo di Dio. Lui, sempre intrepido, voleva presentarsi alla folla, ma i suoi assistenti si opposero. Fecero notare che non sarebbe stato facile, in piena oscurità, pacificare una folla in delirio. Perciò lo fecero salire sopra una torre costruita a suo tempo dall’imperatore Ottone per una chiesa che era stata iniziata, ma che la morte gli aveva impedito di ultimare. L’uomo di Dio e i suoi compagni vi si rifugiarono, sempre rivestiti delle vesti sacre, aspettandosi piuttosto di dover morire che di salvarsi. Sulla torre celebrarono il mattutino in onore di San Paolo, di cui si festeggiava la memoria. Le lodi divine continuavano a risuonare mentre il tumulto degli assedianti aumentava. Si stava mettendo veramente male. Alcuni fratelli aspettavano la conclusione con fiducia; altri trepidavano e non cessavano di gemere: “Poveri noi! Perché abbiamo seguito quest’uomo per morire nei nostri peccati? “ Il sant’uomo li confortava con parole piene di dolcezza:

Non abbiate paura, beneamati fratelli; è la volontà di Dio che abbiamo compiuta, è la volontà di Dio che subiamo adesso. Egli permette talvolta che un’opera buona sia osteggiata.

Detto questo, si era rimesso a pregare per paura di vederli cedere. Più tremava al pensiero di vederli perdere le forze, più metteva ardore nella sua supplica. Lo confessò più tardi: il timore della morte l’impressionava meno che la paura di vederli mancare di fede. La folla ostile rimase riunita per tutta la notte, mentre il sacerdote di Dio e il gruppo che lo circondava moltiplicavano le preghiere. Al mattino alcuni partirono all’assalto della torre, mentre altri iniziarono a scagliare frecce sul vescovo e sui suoi chierici. Inaspettatamente un attacco più audace portò alcuni assedianti sulla sommità della torre. Erano proprio coloro che avevano giurato che avrebbero messo a morte Norberto.

Quando l’uomo di Dio li vide lanciarsi a spada sguainata, si spinse avanti per salvare gli altri dicendo: “Non cercate che una sola persona. Eccomi. Risparmiate questi che non hanno per niente meritato di morire”. Parlava loro rivestito con abiti pontificali di porpora. Alla sua vista, toccati ad un tratto dalla grazia di Dio, si buttarono ai suoi piedi, ricevono il perdono della loro selvaggia impudenza, e da avversari si fecero suoi difensori. Altri, che li avevano seguiti rapidamente, credevano il vescovo già decapitato. Incontrando una delle sue guardie e gli conficcarono la spada nella nuca fino alla gola. Lo credettero morto e lo lasciarono esanime. Allora l’uomo di Dio si lanciò in mezzo alla mischia e ancora si offrì di morire per risparmiare gli altri. Colui che aveva colpito la guardia si trovò di fronte a lui, pieno di furore osò colpire la spalla del vescovo con la sua spada insanguinata ma la spada rimbalzò senza ferirlo. Tuttavia le infule della mitra pontificale rimasero segnate dal sangue di cui la spada era macchiata.

Allora coloro che non avevano apertamente partecipato alla spedizione, recarono in chiesa alcune reliquie, dicendo: “Quale disgrazia quando il gregge perseguita il suo pastore!” Simulavano compassione, ma ciò non impediva loro di far pressione su Norberto, approfittando della difficile situazione. Volevano ottenere che egli mandasse via dalla chiesa di Nostra Signora i fratelli che vi aveva istallati, come è stato detto sopra. Norberto fu irremovibile. “Mai”, disse, “finché vivrò, farete partire i fratelli: questo atto è confermato dalla potenza imperiale e dall’autorità apostolica”. Si aspettava sempre la soluzione della vicenda e la fine del tumulto, quando arrivò il conte della città. Fingendo di ignorare tutto, egli si precipitò in mezzo alla folla e la disperse. Poi indicò un giorno in cui avrebbe reso giustizia a tutti quanti coloro che avrebbero presentato una giusta lamentela contro il vescovo. Per Ordine del giudice, tutti si ritirarono. Il sacerdote di Dio rientrò in cattedrale per celebrarvi la messa e rendere grazie a Dio. Andando all’altare, egli riunì gli assistenti. “Vedete”, disse, “è tutto intatto ciò che dicevano fosse rotto e asportato!”. Celebrò dunque la messa, ma dovette leggere personalmente l’epistola e il vangelo, perché tutti i suoi ministri, stroncati dalla stanchezza e ancora in preda al panico, l’avevano abbandonato. Terminata la messa, egli rientrò a casa allegro e giulivo, riconoscente al Signore che l’aveva salvato da tante angosce.

20. Ma l’agitazione dei malvagi non cessò. Furiosi perché si ritenevano ingannati, poiché il venerabile sacerdote era sfuggito alle loro insidie, i suoi nemici decisero che nel giorno convenuto si sarebbero ubriacati tutti, onde evitare il sospetto di premeditazione.

Aggiunsero che sarebbe stata confiscata la casa a chi si fosse opposto a tale decisione. Ma il complotto venne all’orecchio di parecchi signori che stavano dalla parte dell’arcivescovo, perché lo sapevano uomo giusto e santo, che gli consigliarono di ritirarsi per un po’. Norberto rifiutò di farlo nell’attesa gioiosa della palma del martirio. Nel giorno fissato, dato il segnale, la città si riempì ad un tratto di immensi clamori. Il vescovo chiese che cosa avvenisse. Gli risposero che la folla stava provando a cacciare i fratelli dalla chiesa di Nostra Signora. Egli sorrise appena e disse: “Impossibile, la fondazione del Padre celeste non può essere sradicata”. La sommossa lo costrinse però a ritirarsi e, scortato da cavalieri, si recò all’abbazia di San Giovanni Battista, nel sobborgo della città. Vi prese misure urgenti e da lì si rifugiò nel castello di Giebichenstein per mettersi al riparo, ma lo trovò chiuso: i suoi nemici l’avevano preceduto e occupavano il baluardo. Si diresse allora verso una chiesa di canonici vicina, dove aspettò per qualche giorno, pregando Dio di condurlo sulla via della sua santa volontà. Durante quel soggiorno si dedicò all’umiltà e alla mortificazione. Alcuni a lui fedeli si intromisero e Dio permise che tornasse la pace. Tutti i suoi avversari finirono per umiliarsi davanti a lui e per fargli piena sottomissione. Li ricevette con dolcezza, senza esigere riparazioni se non per il soldato che avevano ferito; furono felici di accettare. Ricostruirono la casa del soldato che era stata demolita, e per la ferita gli versarono quaranta marchi d’argento. Nei giorni seguenti le porte del castello che erano state chiuse a Norberto si riaprirono per lui, ed egli vi fu accolto con onore. I nobili gli fecero corteo, il popolo lodò Dio per la fermezza di questo grande prelato, che la morte aveva avvicinato senza raggiungerlo, senza scalfirne la fiducia né il corpo.

Tutti questi eventi si svolsero durante il terzo anno del suo episcopato. Governò la diocesi ancora per cinque anni, e non cessò di fare onore al ministero che Dio gli aveva affidato. Fece progredire la religione e l’onestà, vigilò sull’unità della santa Chiesa, perseguendo e disonorando i fautori di tumulti e gli scismatici, come pure affezionandosi alla gente dabbene. Fu consigliere degli sfiduciati, sostegno dei poveri, degli orfani e delle vedove. Non mancò di favorire e di moltiplicare i religiosi, dando egli stesso l’esempio della vita religiosa. In tutta la misura del possibile, dove lo consentiva la sua dignità, si mostrava affabile nei confronti di tutti, piccoli e grandi. Cosciente della bontà e dei favori di Dio, offriva ogni giorno al Signore una coscienza esemplare, piena di soavità e di dolcezza.

Capitolo XIII
Norberto e la Città Eterna

21. Un giorno lo scisma nella Chiesa si aggravò fortemente. Il vero papa Innocenzo II dovette cercare rifugio qua e là tra i cattolici, mentre l’antipapa Pierleoni, aiutato dalla sua potente famiglia e dai suoi partigiani, occupava la Sede di Roma. Introduceva nella città numerose novità fuori dell’ordinario, contrarie alle leggi e alle regole dei Padri. Pertanto l’imperatore Lotario, dopo aver consultato i signori dell’Impero, organizzò una spedizione in Italia. Almeno la spada materiale cacciasse il sacrilego Pierleoni, poiché resisteva alla spada spirituale! Il padre Norberto, obbedendo agli ordini di papa Innocenzo e dell’imperatore, partecipò a quella spedizione. Il suo corpo era già molto provato, ma lo spirito rimaneva vigoroso e intrepido. Quanto la sua presenza fu necessaria, quanto fu utile alla Chiesa, gli eventi successivi non tardarono a mostrarlo.

L’imperatore era accampato con i suoi in una località chiamata San Valentino; il papa stava a Viterbo.

Arrivarono da Roma numerosi ambasciatori per incontrare l’imperatore; erano inviati da Pierleoni per tentare di attirare il sovrano dalla sua parte, a forza di suppliche, di doni, di argomenti di ogni genere. L’ostinata opposizione del padre Norberto fece fallire tutto. Chiesero di essere ascoltati in giudizio, proposero la formazione di un tribunale equo. Questa proposta provocò qualche interesse e riunì attorno a loro signori e fedeli dell’imperatore. Allora Norberto, pieno di sollecitudine per la pace e l’onore della Chiesa cattolica, si recò subito presso papa Innocenzo e gli espose ciò che avveniva nel campo dell’imperatore. Gli consigliò con forza di difendere i propri interessi e quelli dei suoi. Contro l’opinione di Norberto, i partigiani di Innocenzo sostenevano che non era stato permesso al sommo pontefice di sottoporsi al giudizio di un uomo o di comparire davanti ad un tribunale. Papa Innocenzo decise in piena libertà e s’impegnò a consegnarsi a Lotario in prigionia perpetua, se non si fosse presentato, nel giorno e nel luogo convenuti, davanti al tribunale imperiale. Pierleoni si rifiutò di venire e i suoi ruggiti contro il papa furono inutili. Tutta la gente sensata si sentì da allora sempre più dalla parte del papa Innocenzo.

Lotario finì per mettersi in cammino con il suo esercito. Una strada difficile, da Orte a Narni, lo condusse verso Roma. Si accampò prima sul Monte dei Ladri, poi con ingenti forze sotto le mura della città, sul monte Aventino, nei pressi di Santa Sabina. Intronizzò Innocenzo nella sua sede cattedrale al Laterano.

Il giorno in cui Lotario doveva essere consacrato imperatore da papa Innocenzo, ad un tratto Roma iniziò ad agitarsi, a turbarsi, a tumultuare. Era fin troppo chiaro che l’incoronazione solenne di Lotario da parte di Innocenzo presagiva l’irrimediabile caduta di Pierleoni. I fatti dovevano provarlo. Da allora il partito di Innocenzo non fece che allargarsi e moltiplicarsi, quello di Pierleoni iniziò a tramontare e a dissolversi. Papa Innocenzo, accompagnato dai cardinali, dai vescovi e da tutto il clero, accolse solennemente Lotario scortato dal suo esercito e lo consacrò imperatore con grande gioia di tutti. Una volta incoronato, per il prestigio dell’Impero e il consolidamento dell’alleanza conclusa con il papa, l’imperatore chiese senza riflessione il diritto all’investitura dei vescovi, ma ciò sopprimeva la libertà della Chiesa. Il papa sembrò disposto a consentire. Tra i molti vescovi, nessuno fece un gesto per opporsi a quell’abuso. Solo l’arcivescovo Norberto si fece avanti e, in presenza dell’imperatore e del suo potente esercito esclamò:

Padre, cosa state per fare? A chi consegnate le pecore che Dio vi ha affidate, al rischio di vederle sbranate? Avete ricevuto in custodia una Chiesa libera. La ridurrete voi in schiavitù? La Sede di Pietro esige una condotta da Pietro. Ho promesso per Cristo l’obbedienza a Pietro e a voi; ma se date retta a quella domanda, vi faccio opposizione, davanti a tutta la Chiesa.

In seguito a quell’intervento del padre Norberto, l’imperatore ritirò la sua sconsiderata richiesta, e il papa non fece alcuna illegittima concessione.

L’imperatore Lotario temeva Dio. Era un valoroso guerriero, eccellente stratega, abile politico, terribile per i nemici di Dio, oppositore dell’ingiustizia. Il suo coraggio si poté ammirarlo in Sicilia e si manifestò in Sassonia. Durante tutto il suo regno, mantenne l’Impero romano in tutta la sua integrità con l’aiuto di Dio. Per Norberto egli ebbe sempre molto affetto. Il più delle volte accettava i suoi consigli; amava ricevere da lui ogni giorno la Parola di Dio.

Un giorno un soldato dell’imperatore fu turbato da uno spirito maligno. I suoi amici in lacrime lo presentarono al papa affinché lo liberasse. Offeso dalla loro indiscrezione, il pontefice si ritirò nei suoi appartamenti e lasciò il posseduto in chiesa, alle cure del padre Norberto e di alcune persone che stavano con lui. Commosso, Norberto disse ai suoi fratelli: “In spirito di umiltà e con cuore contrito avviciniamoci al Signore, affinché si degni di guardare a questo povero che è opera delle sue mani”. Immediatamente iniziò a pregare sottovoce. Pianse e gemette da mezzogiorno fino alla sera, ma finì per ottenere la guarigione del malato. Al calar della notte, il demonio uscì con orribili grida. Il paziente cadde svenuto tra le braccia di coloro che lo circondavano, e si addormentò. Poco più tardi si risvegliò guarito. L’uomo di Dio lo esortò a confessarsi, e gli ordinò di astenersi per qualche giorno dai cibi prelibati, come penitenza e come azione di grazie insieme. Gli assicurò che se avesse mancato a quella regola di astinenza sarebbe ricaduto nella stessa pena. Guarito e riconciliato, il soldato accompagnò l’uomo di Dio fino a Pisa. Durante il soggiorno a Pisa scappò alle sue guardie, e andò a passeggiare da solo. All’improvviso fu ripreso dal suo male e terribilmente tormentato. Non fu liberato che dopo un nuovo intervento del sacerdote di Dio, e con la Sua grazia.

Capitolo XIV
Ultimi Giorni

22. Dopo tante fatiche, l’uomo di Dio iniziò ad indebolirsi, logorato da una continua e severa penitenza. La stanchezza del viaggio e l’aria malsana [13] aggravarono il suo male. Dall’Italia lo ricondussero, ma non senza pena, alla sua città di Magdeburgo. Per quattro mesi vi rimase a letto, in preda ad un penoso languore. Dopo aver saggiamente e fedelmente amministrato la sua diocesi per otto anni, diede in piena lucidità la sua benedizione agli assistenti e si addormentò in una morte beata. Secondo la parola di Sant’Agostino, chi vive bene non può morire male. Era l’anno dell’Incarnazione 1134, il mercoledì di Pentecoste, sei giugno, il quinto anno del pontificato di Innocenzo II, il nono del regno di Lotario.

23. Dopo la morte del vescovo, una contesa sorse tra la chiesa cattedrale e quella di Nostra Signora circa la sua sepoltura. Secondo i canonici della cattedrale, le ossa di colui che era stato il capo di tutte le chiese della città dovevano onorare la chiesa madre e aspettarvi l’avvento del giudice sovrano, nel posto di cui teneva il titolo, benché immenso fosse stato, durante la sua vita, il campo del suo apostolato. I fratelli della chiesa di Nostra Signora sostenevano invece che non era soltanto stato arcivescovo, ma che era stato specialmente e sino alla fine il loro padre e il loro prevosto. Loro dunque dovevano possedere il suo corpo, come la sua devozione aveva desiderato: voleva riposare definitivamente tra i suoi fratelli, i figli che aveva generati spiritualmente dalla Parola di Dio. Per arbitrare il conflitto si spedì una delegazione all’imperatore Lotario, la cui decisione sarebbe stata legge. Nel frattempo il corpo giaceva senza sepoltura; ogni giorno il suo cadavere era trasportato in uno dei monasteri della città, per celebrarvi piamente le vigilie dei defunti. Nonostante la temperatura elevata, nessun cattivo odore esalò in tanti giorni dal suo corpo. Dopo otto giorni, gli inviati tornarono. Per Ordine dell’imperatore il corpo fu trasportato nella chiesa di Nostra Signora e sepolto davanti all’altare della santa Croce. Alcuni anni più tardi fu trasferito in coro. E lì aspetta il suo ultimo giorno, nella speranza della beata risurrezione cui aspira ogni anima fedele. [14]

 

Note



[1] Sal 34(33), 15.

[2] Drogone critica Norberto perché si lascia guidare dalla scienza e non dalla Sapienza dello Spirito, studiando si dedica alla vita attiva cui Lia è l’immagine anziché continuare a predicare e a contemplare come Rachele.

[3] Sta parlando del re Davide.

[4] Potremmo cadere nella tentazione di credere che questi eventi siano fantasiosi e montati allo scopo di provare la santità di Norberto, ma racconti di questo genere sono molto comuni nelle agiografie e sono in continuità con il vangelo che narra di molte persone indemoniate liberate da Gesù. Proprio per essere “del Signore”, Norberto e i suoi fratelli sapevano riconoscere e scacciare il male con i suoi spiriti e i suoi inganni. Ancora oggi essi sono in azione, pur in modo più raffinato e meno visibile ma altrettanto micidiale che al tempo di Norberto nel distogliere le anime da Cristo e dal Vangelo.

[5] Il francese.

[6] Nel 1123 il concilio ecumenico Lateranense I aveva vietato ai fedeli di assistere alle messe celebrate da sacerdoti sposati o concubini. In ambito popolare sorse la credenza che le messe da essi celebrate non fossero valide. Questo breve episodio della vita di San Norberto “rimette le cose a posto” riconoscendo la validità del sacramento amministrato dai sacerdoti, pur permanendo il divieto di partecipare alle messe da essi celebrate. Forse nella vicenda del piccolo Nicola vi è anche una “riparazione mistica” all’errore diffuso fin dai tempi apostolici dal diacono Nicola (cf. nota 30). Il piccolo, infatti, si fece religioso premostratense e visse in purezza e santità di vita morendo appunto da diacono.

[7] Il culto delle reliquie è alla base della spiritualità medievale. Senza le reliquie di un martire, che avesse testimoniato con la sua vita la fede in Cristo, non si poteva consacrare un altare o una chiesa. Il significato simbolico è molto alto: la chiesa è “costruita” su chi è morto per essa, il sangue dei martiri si mescola a quello di Cristo sulla croce, essi partecipano alla sua morte in modo perfetto, e con lui risorgeranno. Fisicamente le reliquie dei martiri sono in contatto con il calice nel quale si rinnova, durante la messa, il sacrificio dell’altare. Le reliquie dei martiri più famosi attireranno folle di pellegrini presso molte delle più importanti chiese europee come San Giacomo di Compostella, San Pietro a Roma, San Remigio a Parigi, San Martino a Tours e anche Sant’Antimo a Montalcino.

[8] L’Ordine premostratense è anche chiamato “Ordine Candido”. Contrariamente all’uso che voleva i religiosi vestiti dell’austero colore della morte, il nero, Norberto stabilì che essi vestissero di bianco, come gli angeli che annunciarono la resurrezione di Cristo. Questo annuncio continuano a testimoniare ancora oggi i suoi figli con la parola e l’esempio.

[9] Nonostante il gusto, tutto medievale, di narrare fatti prodigiosi e miracolosi, abbiamo qui un raro esempio dell’ottimo buon senso e della santità di Norberto che fu uomo molto concreto e prudente.

[10] L’odierna Magdeburgo.

[11] Si tratta di Ugo di Fosses, il suo primo compagno.

[12] Probabilmente un duello o un omicidio.

[13] Molti tratti della via francigena, specialmente in area toscana, erano a quel tempo infestate dalla malaria.

[14] Con la riforma, la cattedrale di Magdeburgo passò a Lutero e il corpo di Norberto venne traslato nell’abbazia di Strahov, nei pressi di Praga, ove ancora oggi è venerato.

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Pagina modificata il: Sabato, 22 ottobre 2005