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storia e arte

L’Abbazia di Sant’Antimo: Percorso storico-artistico
L’Abbazia di Sant’Antimo rappresenta un unicum, una delle testimonianze architettoniche più significative dell’epoca romanica, che si ispira a modelli transalpini e lombardi. Si tratta di un rilevante esempio di edificio monastico costruito a cavallo tra l’XI e il XII secolo, la cui magnificenza viene esaltata dal paesaggio circostante, l’amena valle del torrente Starcia, in cui la presenza dell’olivo costituisce l’elemento caratterizzante.

Notizie storiche
Secondo la tradizione leggendaria, l’Abbazia sarebbe stata innalzata per volere di Carlo Magno, ma non esistono documenti che confermino questa notizia. L’imperatore l’avrebbe fondata nel 781, di ritorno da Roma, lungo la Strada Francigena: il suo esercito provato da un’epidemia di peste, avrebbe ritrovato la salute grazie all’erba che nasce nella valle dello Starcia, poi detta carolina. Egli avrebbe portato con sé le reliquie dei santi martiri Antimo e Sebastiano, ricevute dal papa Adriano I, facendone dono all’Abbazia. La prima attestazione della chiesa risale comunque a pochi decenni dopo, nell’814, quando Ludovico il Pio era succeduto al padre Carlo Magno. Fu in origine una potente abbazia benedettina, tanto che in epoca medievale l’abate fu uno dei maggiori feudatari del territorio senese esercitando l’autorità su 38 chiese disseminate in tutta la Toscana dal pistoiese al grossetano. L’Abbazia disponeva anche di circa 1000 mansi (gli antichi poderi) disseminati nelle campagne. La massima fortuna fu raggiunta agli inizi del XII secolo, epoca cui risale l’attuale chiesa, come si evince dalla data del 1118 iscritta nel gradino dell’altar maggiore e sul pilastro a fascio adiacente a sinistra.
La decadenza inizia a partire dal 1202 quando cominciano i contrasti con Siena.
Nel 1291 passò ai Guglielmiti per volere del papa Niccolò V e nel 1462 fu soppressa da Enea Silvio Piccolomini, Pio II, annettendola a Montalcino, che fu elevata a diocesi grazie all’inglobamento della stessa Abbazia.
Nel XVIII secolo la chiesa era ridotta a un semplice oratorio con le navate occluse.
Nel XX secolo è passata allo Stato cui ancora oggi appartiene. Solo in tempi recenti è tornata ad essere un centro di grandezza spirituale grazie all’operato di una comunità di Canonici Regolari Premostratensi stabilitasi in questo sacro luogo a partire dal 1992.

La chiesa
La chiesa in stile romanico presenta una preminente influenza francese, come dimostra lo schema basilicale con deambulatorio a cappelle radiali che in tutto sono tre, con evidente rimando alla Trinità.
Il paramento esterno e interno è realizzato in travertino locale, caratterizzato da venature dorate, bianche e brune. Un altro materiale impiegato negli elementi architettonici decorativi dell’edificio è l’onice alabastrite – proveniente dalle vicine cave di Castelnuovo dell’Abate – che, essendo translucida, permette alla luce di penetrare nelle pietre facendole risplendere.
Il campanile in stile lombardo, a pianta quadrata, si eleva, isolato, vicino al fianco sinistro nella zona del presbiterio. La torre campanaria è caratterizzata da due ordini di monofore e da una cella campanaria a bifore. Una campana risale al 1219.

La facciata
La facciata di semplici forme, con coronamento ad archetti, è contraddistinta da quattro grandi arcate cieche e un protiro che custodisce un portale di fine Duecento decorato con eleganti sculture. Come mostrano anche i semipilastri, il prospetto della chiesa è rimasto incompiuto. Il progetto iniziale prevedeva forse un doppio portale preceduto da un portico. Il secondo portale già assemblato potrebbe essere quello rimontato sul fianco sinistro della chiesa di Santa Maria a San Quirico d’Orcia.
Sopra il portale d’ingresso, si trova questa iscrizione: Vir bonus in Christo magnis virtutibus Azzo cenobii monachus pater postique decanus istius egregiæ fuit auctor previus aulae atque libens operis portavit pondera tanti progenie tuscus Porcorum sanguine cretus pro quo christicole cuncti Deum rogitate det sibi perpetue cum sanctis gudia vite martir et eximus sit custos Antimus eius (Cioè: “Azzo, uomo buono in Cristo, monaco, padre e poi decano fu il progettista di questa egregia aula e volentieri portò i persi di così grande opera; di progenie Toscano nato di sangue dei Porcari, per lui cristiani tutti pregate Iddio, che gli dia con i santi le gioie della vita perpetua a Sant’Antimo sia il suo esimio custode”).

L’interno
La chiesa ha uno schema planimetro unico in Toscana e assai raro in Italia, che vanta solo qualche altro esempio come Santa Maria a Pie’ di Chienti nelle Marche. L’interno basilicale è spartito in tre navate, divise da colonne e pilastri e concluso da un deambulatorio con tre cappelle radiali a pianta semicircolare che, come detto, rivela l’ascendenza francese. Anche il notevole slancio ascensionale della navata centrale rimanda agli esempi transalpini.
Secondo l’uso toscano invece, il soffitto della navata maggiore è a capriate lignee. Anche l’abside semicircolare ha una copertura lignea a raggera anziché la consueta cupola emisferica.
Le navate laterali, ove si inseriscono i matronei, che in Toscana si trovano soltanto nella cattedrale di Pisa, sono coperte da volte a crociera.
La navata destra è più larga di quella sinistra ed entrambe, dopo la sesta arcata, si restringono. Anche la nave centrale diventa più stretta se dalla facciata si procede verso l’abside.

La cappella carolingia
Sul lato destro della chiesa è addossata la cosiddetta ‘cappella carolingia’, forse la primitiva chiesa abbaziale, anche se, ad oggi, la sua funzione non è stata ancora definita. Alcuni resti scultorei dello stesso periodo sono reimpiegati nella chiesa romanica, come l’architrave con figurazioni geometriche riutilizzato in una porta che si apre sul fianco sinistro.

L’arredo plastico
Di grande interesse risulta l’arredo plastico della chiesa, un documento fondamentale per la storia della scultura romanica.
In particolare, si segnalano i capitelli, alcuni dei quali realizzati con l’onice-alabastro: il secondo a destra, l’unico con un soggetto narrativo, raffigurante Daniele nella fossa dei leoni, è attribuito al cosiddetto Maestro di Cabestany la cui produzione si distribuisce tra le regioni dei Pirenei e della Linguadoca fino alla Toscana (San Casciano Val di Pesa). Il nome convenzionale deriva dalla chiesa del paese di Cabestany, vicino a Perpignan nei Pirenei Orientali, in cui si trova un timpano scolpito dall’artista con tre scene che rappresentano a sinistra la Vergine che esce dal sepolcro sorretta da Cristo, a destra l’Assunzione di Maria, al centro Cristo tra la Vergine e san Tommaso.

La cripta
A destra dell’altare si scende, attraverso una scala a gradoni irregolari, nella cripta, il luogo ove venivano deposte le reliquie dei santi.
La cripta, sebbene posta sotto l’altare della grande chiesa, non sembra corrispondere ai canoni architettonici del secolo XII e sembra risalire ad un’epoca precedente. Il suggestivo ambiente potrebbe aver ospitato la tomba del martire Antimo cui è intitolata l’Abbazia. La mensa del piccolo altare è costituita dal riuso di una lastra tombale in marmo, dei primi secoli della Chiesa, di un giovane cristiano, dove sono ricordati i Consoli Rufino ed Eusebio (347 d.C.).
L’affresco del XVI secolo è di autore anonimo e rappresenta una Pietà.